WisdomTree - Tactical Daily Update - 23.02.2026

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USA: la bocciatura dei dazi delle Corte Suprema non affossa Wall Street.
Borse EU chiudono a +2% la scorsa settimana, Stoxx600 al nuovo record.
Disaffezione e nuovi ulteriori cali per le crypto: Bitcoin -46% dai massimi.
Dati macro Usa: l’inflazione stenta a scendere. Chiaro-scuro nel real estate.


La scorsa settimana si è chiusa positivamente, seppur nel segno dell’incertezza. Venerdì 20 febbraio le Borse del Vecchio Continente hanno archiviato la seduta in rialzo, sostenute dalla decisione della di Corte Suprema USA di annullare i dazi doganali introdotti dall’amministrazione Trump. Una sentenza definita «vergognosa» dal Presidente , che ha immediatamente corretto il tiro annunciando tariffe “ponte” al 15%, in aumento rispetto al precedente 10%.
Il verdetto dei giudici, tuttavia, non chiude il capitolo dei dazi, anzi lo rende più complesso. Le nuove tariffe si basano infatti sulla Section 122, una norma mai utilizzata in precedenza che consente misure temporanee ma richiede l’approvazione del Congresso oltre i 150 giorni.
Numerosi esperti legali di commercio internazionale e funzionari parlamentari americani dubitano che il Senato conceda il via libera all’estensione. Entro fine luglio, dunque, il tema tornerà sul tavolo politico, con il rischio concreto di una bocciatura favorita dal numero crescente di repubblicani non allineati. Nel frattempo, per molte imprese si apre anche il capitolo dei possibili rimborsi dei dazi già versati, con implicazioni operative e legali tutt’altro che marginali.
Sul piano dei mercati, il messaggio è chiaro: i dazi resteranno un driver strutturale di volatilità. Anche qualora la Casa Bianca trovasse altri strumenti normativi per perseguire il proprio disegno strategico, il danno in termini di visibilità e fiducia è ormai evidente. Non a caso, la sentenza della Corte Suprema assume un significato che va oltre il commercio internazionale e si riflette anche sul delicato equilibrio istituzionale della politica monetaria.
L’attenzione si sposta così sulla Federal Reserve. Trump ha più volte invocato un atteggiamento più accomodante e l’ipotesi di un ruolo centrale del candidato Chairman Kevin Warsh viene letta da alcuni come un tentativo di rafforzare l’influenza politica sulla banca centrale.
Una lettura che potrebbe sottovalutare i meccanismi di autonomia dell’istituzione: i membri del Board non sono nominati a vita, ma godono di un’indipendenza tale per cui il colore politico di chi li ha designati tende rapidamente a sbiadire. Lo stesso Warsh, nominato dallo stesso Trump, ha dimostrato nell’ultimo anno di saper difendere con decisione il ruolo della Fed dalle pressioni della Casa Bianca.
In quest’ottica, ipotizzare tre o addirittura quattro tagli dei tassi nel 2026 esclusivamente per compiacere il presidente appare eccessivo. Una simile traiettoria rischierebbe di non essere coerente con una crescita ancora positiva e con un’inflazione persistente su livelli elevati, particolarmente penalizzante per le fasce più deboli della popolazione, un bacino elettorale che nelle recenti elezioni parziali mostra segnali di disaffezione.

I dati macroeconomici statunitensi rafforzano questo quadro misto. Il PIL USA del quarto trimestre è cresciuto solo dell’1,4%, ben al di sotto delle stime (+2,5% e +2,8% secondo diverse proiezioni) e lontano dal +4,4% del terzo trimestre.
Sul fronte dei prezzi, l’inflazione PCE (Personal consumption expenditure) di dicembre ha sorpreso al rialzo nel dato “core” (esculdendo cibo ed energia): +0,4% su base mensile e +3,0% annua (con una lettura indicata anche a +2,9% annuo), confermando che il percorso di rientro resta irregolare. A febbraio, l’attività dei servizi è scesa a 52,3 punti, minimo da 10 mesi, mentre il manifatturiero si è attestato a 51,2 punti, entrambi sotto le attese.
Nonostante ciò, Wall Street ha reagito con moderato ottimismo: il Dow Jones ha chiuso a +0,47%, il Nasdaq a +0,90% e l’S&P500 a +0,69%. In Europa, Parigi e Milano hanno guidato i rialzi con +1,4%, seguite da Francoforte +1,0% e Londra +0,6%.
Macro europea: a febbraio, la Germania mostra segnali di rafforzamento: il PMI manifatturiero sale a 50,7 da 49,1 e il composito a 53,1 da 52,1, massimo di quattro mesi, secondo S&P Global. La Francia resta invece debole: il PMI manifatturiero scende a 49,9 da 51,2, mentre il composito migliora marginalmente a 49,9, indicando attività ancora stagnante.
Sul fronte geopolitico-commerciale, pesa anche la presa di posizione degli Stati Uniti contro l’approccio “Buy European” nel settore della difesa. Washington sostiene il rafforzamento militare europeo, ma avverte che questo non deve indebolire la base industriale transatlantica, né compromettere la capacità di approvvigionamento condivisa.
In Asia-Pacifico, la settimana si apre con mercati prevalentemente positivi, dollaro debole e metalli preziosi in rialzo. Le tariffe USA al 15% rappresentano, per molti Paesi asiatici, un abbassamento rispetto ai livelli precedenti. Morgan Stanley stima che le tariffe complessive sull’Asia-Pacifico siano ora al 17%, dal 20% pre-verdetto.
Hong Kong ha messo a segno un balzo di +2,38%, in Corea Kospi a +0,4% (con +38% da inizio anno!), l’India registra +0,7%, mentre Taiwan rimbalza col Taiex a +0,9%.
Sul fronte delle materie prime, il Brent corregge di -1,3% a 71 dollari/barile (ore 11.00 CET), dopo aver toccato venerdì i massimi da luglio. Le tensioni restano elevate: secondo il New York Times, Trump valuterebbe un’azione militare più incisiva contro l’Iran se la diplomazia, con un ultimo incontro previsto il 25 febbraio a Ginevra, non producesse risultati.
Infine, criptovalute ancora sotto pressione: il Bitcoin scende sotto i 66.000 dollari, vicino ai minimi di due settimane, mentre nel solo weekend il mercato avrebbe perso 100 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo CoinGecko.

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