WisdomTree - Tactical Daily Update - 11.12.2025

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Fed taglia i tassi di -25 bps, come previsto, ma esprime cautela.
La nuova «dot-plot» prevede un solo ulteriore taglio da -0,25% nel 2026.
Borse poco reattive, mentre continua la salita di oro e argento.
Rame in grande slancio, la Cina ne chiede molto e l’offerta è rigida.


La Federal Reserve ha confermato le attese dei mercati con il terzo taglio consecutivo dei Fed Funds, riducendo il corridoio al 3,50–3,75% dal precedente 3,75–4%. Una decisione già scontata dagli analisti, ma accompagnata da un messaggio cauto: il FOMC apre infatti alla possibilità di una pausa, con gennaio che appare sempre più come una data simbolica per interrompere il ciclo di allentamento.
La votazione interna ha messo in luce profonde divergenze. I contrari sono stati tre. Da un lato Stephen Miran, espressione dell’area più vicina all’ex presidente Trump, ha spinto ancora una volta per un taglio più deciso di 50 bps, sostenendo proiezioni che porterebbero i tassi nel 2025 fino al 2–2,25% per poi risalire verso 2,50–2,75% nel 2028. Dall’altro, due presidenti regionali, Jeffrey Schmid della Fed di Kansas City e Austan Goolsbee della Fed di Chicago, quest’ultimo ex consigliere di Barack Obama, hanno votato per lasciare i tassi invariati.
Il quadro economico delineato dalla Fed continua a essere quello di un’attività robusta, anche se affiancata da un’inflazione ancora «elevata». Powell ha sottolineato che i rischi sull’inflazione «puntano al rialzo», mentre sul mercato del lavoro «si muovono verso il basso», creando quella che ha definito «una situazione complicata» per la politica monetaria.
Un passaggio importante del comunicato è il riferimento, del tutto nuovo, al “timing” dei futuri aggiustamenti: un modo esplicito per lasciare aperta la porta a una pausa più lunga del previsto. Uno scarto significativo rispetto al testo di ottobre, condizionato dallo shutdown che aveva limitato la disponibilità di dati macroeconomici.
Le proiezioni dei tassi contenute nei “dot plot” rimangono invece immutate. La mediana prevede i Fed Funds al 3,25–3,50% a fine 2026, ipotizzando quindi un solo taglio addizionale. Per il 2027 e per il 2028 il range atteso è 3–3,25%, mentre l’obiettivo di lungo periodo resta inchiodato al 3%, segnale di una visione di fondo stabile.
Sul fronte macroeconomico, le previsioni sono diventate più ottimistiche rispetto a settembre. Il PIL per il 2025 viene ora stimato a +2,3%, contro l’1,8% precedente. Nel 2027 la crescita è prevista al 2%, rispetto all’1,9% stimato tre mesi fa, mentre il 2028 vede una proiezione di 1,9%, rispetto all’1,8% indicato in precedenza. Gli obiettivi di lungo periodo restano ancorati all’1,8%. Secondo Powell, la combinazione di politica fiscale espansiva e investimenti strutturali nell’intelligenza artificiale continuerà a sostenere l’attività economica.

Anche il mercato del lavoro viene visto con una lente più sfumata. La disoccupazione è attesa al 4,4% nel 2026, al 4,2% nel 2027 e su livelli simili nel 2028. Tuttavia, dietro questo quadro rassicurante emergono segnali di debolezza sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta di lavoro, su cui Powell ha espresso preoccupazione.
Quanto all’inflazione, la previsione PCE per il 2025 scende al 2,4%, rispetto al 2,6% indicato tre mesi fa. Per il 2027 il tasso è visto al 2,1%, per poi tornare al 2% nel 2028.
La reazione dei mercati alla decisione della Fed è stata inizialmente positiva. L’S&P500 è salito dello 0,7%, avvicinandosi ai massimi storici. Tuttavia, durante la notte i future hanno invertito la rotta, con il Nasdaq in calo dell’1,2%, complice un trimestre deludente per Oracle, che ha perso quasi il 12% nell’after-hours.
Il quadro asiatico dell’11 dicembre si presenta più eterogeneo. Il Nikkei ha chiuso a –0,8%, mentre l’Hang Seng ha ceduto -0,1%, il CSI300 -0,5% e il Taiex taiwanese -1%. Lo yuan ha toccato i minimi su base annua contro il dollaro, mentre un’asta di JGB ventennali ha registrato il miglior rapporto di domanda degli ultimi cinque anni.
In Corea il Kospi ha perso -0,4%, con SK Hynix in ribasso del 3% dopo un raro “allarme investimento”. L’India si è distinta invece con un Sensex in lieve rialzo dello 0,3%, mentre la rupia ha segnato un nuovo minimo storico contro l’euro e quasi contro il dollaro.
Tra le materie prime spicca il rame, che ha chiuso a 11.556 dollari/tonnellata dopo aver toccato nuovi massimi storici a 11.771 dollari. A spingere le quotazioni sono stati i nuovi piani cinesi su rinnovabili, rete elettrica e infrastrutture digitali, insieme al taglio dei tassi USA. L’EIA vede la domanda di rame raffinato salire a 33 milioni di tonnellate nel 2035 e 37 milioni nel 2050, rispetto ai 27 del 2024, prospettando un mercato sempre più tirato.
I metalli preziosi restano ben impostati, con l’oro in rialzo dello 0,5% a 4.245 dollari/oncia e l’argento oltre gli 82 dollari, in crescita del 2,3%. Le criptovalute, al contrario, hanno accolto male la mossa della Fed: Bitcoin è sceso del 2,2% intorno ai 90 dollari, mentre Ethereum ha perso il 4% portandosi a 3.200 dollari. Il sentiment, più che dalla Fed, sembra condizionato dalle rinnovate preoccupazioni sulla redditività dell’intelligenza artificiale e dal calo dei titoli tecnologici.
Sul mercato obbligazionario, infine, forte rally dei Treasury, soprattutto sulla parte breve, dopo l’annuncio della ripartenza del quantitative easing, con acquisti di T-Bills per 40 miliardi al mese. I rendimenti sono scesi al 4,12% sul decennale (da 4,20%) e al 3,52% sul biennale (da 3,62%), in un contesto che torna più accomodante per la politica monetaria americana.

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