WisdomTree - Tactical Daily Update - 12.03.2026

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Alta tensione sui mercati, il prezzo del petrolio torna a crescere.
Borse europee in calo, ma senza drammi: prevale il risk-off mood.
Potenziale tempesta perfetta: un mix di rischio di inflazione e aumento tassi.
Salgono i rendimenti obbligazionari: soffrono sia Govies che Corporates.


Le tensioni geopolitiche tornano a dettare il ritmo dei mercati globali. Nella seduta di martedì 11 marzo le Borse europee hanno chiuso in calo, mentre il petrolio continua a salire nonostante il massiccio rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche.
Un intervento senza precedenti recenti, superiore persino ai 182 milioni di barili immessi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Eppure, i mercati non si sono rassicurati: al contrario, l’operazione viene interpretata da molti analisti come il segnale che lo shock energetico potrebbe essere più lungo e profondo del previsto.
Il nodo resta lo stretto di Hormuz, uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta. Qui gli attacchi alle petroliere si stanno moltiplicando e diverse navi restano bloccate mentre tentano di attraversare il passaggio. L’azione attribuita all’Iran sta alimentando un clima di crescente tensione, evocando il più grave shock alle forniture energetiche globali dai tempi delle crisi petrolifere degli anni ’70.
La narrativa politica resta divisa. Il presidente americano Donald Trump continua a sostenere che «la guerra finirà presto». Da Teheran arrivano invece minacce esplicite di un’escalation degli attacchi alle rotte petrolifere internazionali, con l’avvertimento che il greggio potrebbe spingersi fino a 200 dollari/barile. Nel frattempo il presidente francese Emmanuel Macron ha invitato i Paesi del G7 a coordinare una risposta per ristabilire la sicurezza della navigazione nello stretto di Hormuz.
In un contesto dominato dalla geopolitica, i dati macroeconomici passano quasi inosservati. È il caso dell’inflazione statunitense di febbraio, uscita perfettamente in linea con le attese e quindi incapace di spostare il sentiment degli investitori.
Sul fronte azionario europeo la seduta si è chiusa con perdite diffuse. Milano -0,95%, Francoforte -1,4%, Londra -0,6%, Madrid -0,5%, Parigi -0,2%.
A pesare sull’azionario non è stato solo il petrolio. Gli investitori hanno reagito con nervosismo anche alle parole di Peter Kazimir, governatore della banca centrale slovacca, secondo cui la guerra in Iran e il rialzo dei prezzi dell’energia potrebbero costringere la Banca Centrale Europea a rivedere il proprio orientamento monetario, valutando persino rialzi dei tassi prima del previsto.
A Wall Street indici contrastati: Dow Jones -0,61%, Nasdaq +0,08%, S&P500 -0,08%. I dati sull’inflazione non hanno riservato sorprese: a febbraio l’indice dei prezzi al consumo è salito +0,3% mensile e +2,4% annua, mentre la componente core si è attestata a 0,2% mensile e 2,5% annuo.

Numeri coerenti con le aspettative, ma che non includono l’impennata recente dei prezzi dell’energia. Venerdì arriverà anche il dato PCE, un altro indicatore chiave per la Federal Reserve. Il quadro resta ambiguo: i dati sul lavoro diffusi la settimana scorsa hanno mostrato un rallentamento dell’occupazione più marcato del previsto, elemento che in teoria potrebbe giustificare un taglio dei tassi.
L’aumento del petrolio rischia di riaccendere le pressioni inflazionistiche e frenare qualsiasi allentamento monetario.
Sul mercato valutario il dollaro si rafforza, e l’euro scivola sotto 1,16. La logica è semplice: uno shock energetico tende a favorire la valuta americana, mentre l’Eurozona, importatrice netta di energia, risulta più vulnerabile a un petrolio caro.
I metalli preziosi riflettono un equilibrio instabile. L’oro arretra leggermente ma resta sopra 5.100 dollari/oncia, godendo della domanda di beni rifugio, ma il rafforzamento del dollaro e le aspettative di tassi più elevati nel lungo periodo ne limitano il rialzo.
Sul mercato obbligazionario, i rendimenti dei titoli di Stato dell’Eurozona sono saliti su tutte le scadenze, con movimenti particolarmente evidenti su quelli italiani.
Lo spread tra BTp decennale e Bund tedesco è salito a 73 bps, rispetto ai 69 della seduta precedente. Il rendimento del BTp decennaleè salito al 3,66%, +13 bps.
La tensione resta evidente anche nella mattinata di oggi, 12 marzo. I mercati azionari asiatici interrompono due giorni di rialzi: Nikkei225 perde -1,5%, KOSPI coreano -1% e l’S&P/ASX 200 australiano -1,3%. In Cina lo Shanghai Composite scende -0,2%, lo Shanghai Shenzhen CSI 300 -0,3%, mentre l’Hang Seng di Hong Kong arretra -1%.
In India il Sensex-Mumbai perde -0,7%, scivolando sui minimi da un anno. Secondo gli economisti di ANZ, l’economia indiana entra in questo nuovo shock energetico con crescita elevata e inflazione contenuta. Ma anche per New Delhi un periodo prolungato di petrolio caro potrebbe mettere alla prova questa resilienza.
Il petrolio resta il vero barometro della crisi. Il Brent risale a 99 dollari/barile alle 09:00 CET, dopo aver toccato nelle prime contrattazioni 101,50. La nuova impennata segue l’attacco contro due petroliere internazionali nel Golfo Persico settentrionale, tra Iraq e Kuwait, attribuito dai media iracheni all’Iran.
Le tensioni si riflettono anche sul mercato obbligazionario globale. Il rendimento del Treasury decennale statunitense è salito al 4,22%, rispetto al 3,93% registrato il giorno dello scoppio della guerra con l’Iran.
In Europa il BTp decennale rende 3,66%, vicino ai massimi da settembre, e ben sopra il 3,27% registrato prima del conflitto, il 27 febbraio. Con lo spread a 73 punti base, su livelli che non si vedevano da novembre, il messaggio dei mercati è chiaro: con petrolio e geopolitica al centro della scena, le aspettative di nuovi tagli dei tassi stanno rapidamente evaporando.

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