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Dazi record di Trump sui chip, cosa sta succedendo davvero?

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Potrebbe sembrare una notizia da far tremare i mercati, difatti Donald Trump propone una tariffa del 100% sui chip importati, eppure nonostante tutto, i mercati finanziari hanno accolto il modo positivo questa news. Come si spiega questa reazione apparentemente illogica? La risposta sta tutta nella strategia del reshoring, uno dei pilastri della politica industriale dell’ex e (forse futuro) presidente.
Con il reshoring, Trump punta a riportare in patria le grandi produzioni strategiche, come quelle di chip e semiconduttori. Ma non solo con la forza dei dazi: l’annuncio fatto dallo Studio Ovale insieme a Tim Cook ha svelato che le aziende americane che investiranno sul territorio nazionale saranno esenti dalla nuova tassa del 100%, quindi la produzione effettuata sul suolo americano, non avrebbe alcun costo.
Apple ha subito raccolto la sfida, annunciando un colossale investimento da 100 miliardi di dollari per rafforzare la produzione negli Stati Uniti. Ma non è sola difatti anche Stargate, Nvidia, TSMC, GE Aerospace e altri giganti tech stanno preparando piani simili. Complessivamente, si parla di una potenziale ondata di investimenti per oltre 1.000 miliardi di dollari. Una cifra impressionante, che rappresenta un vero cambio di paradigma per l’industria americana.
Ecco come si spiega il motivo dell’euforia dei mercati. I grandi indici azionari sono saliti con forza. Il Nasdaq, ad esempio, ha raggiunto i 23.540 punti, con target tecnici su 23.600 e 23.800. Anche in Europa il clima è positivo: il DAX tedesco ha superato quota 24.180 punti, e guarda al prossimo livello chiave a 24.300.
Tuttavia, non tutte le aziende stanno festeggiando. Per le piccole e medie imprese che operano nel settore dei semiconduttori ma dipendono da fornitori esteri, la nuova politica tariffaria potrebbe essere un duro colpo. Molte di queste aziende producono componenti secondari, magari destinati a prodotti come radiosveglie, sistemi audio o piccoli elettrodomestici, e non hanno la forza finanziaria per riconvertire la produzione in tempi rapidi. Il rischio è che, mentre le big tech vengono premiate, le PMI si ritrovino penalizzate da una politica pensata per i colossi.
Anche sul piano geopolitico, la strategia americana sta creando frizioni. Con l’India, ad esempio, i dazi rimangono al 50%, una scelta che ha sorpreso (e infastidito) Nuova Delhi. E con la Cina, il confronto prosegue su più livelli. Pechino sta cercando attivamente di ridurre la propria esposizione verso gli Stati Uniti e diversificare i mercati di sbocco.
Proprio oggi è stato pubblicato un dato significativo sulla bilancia commerciale cinese: l’export è salito del +7.2%, ben oltre il +5.8% del mese precedente. Nonostante il crollo del -21% delle esportazioni verso gli USA, la Cina ha ampiamente compensato puntando altrove: +16% verso l’Asia, +9.3% verso l’Unione Europea. Uno yuan debole aiuta a mantenere alta la competitività, e l’apparato export cinese continua a girare a pieno regime.
Intanto, in Europa, tutti gli occhi sono puntati sulla Bank of England. Oggi si attende una possibile decisione di taglio dei tassi di 25 punti base, che porterebbe il tasso d’interesse al 4%. Il Regno Unito si trova però in una situazione macroeconomica complicata: inflazione in risalita al 3%, disoccupazione ai massimi dal 2021, tassazione aziendale elevata e assenza di stimoli fiscali. La BoE sta ancora attuando il suo programma di quantitative tightening, e c’è chi ipotizza una strategia nuova: ridurre gli acquisti di titoli a lungo termine (oltre 20 anni) e reinvestire nella parte breve della curva, per tamponare le emergenze immediate.
Nel Forex, il dollaro USA è sotto pressione: il Dollar Index scivola verso quota 98.00, e i minimi di luglio a 97.50 sembrano vicini. Se venissero rotti, si aprirebbero spazi per cali più profondi. In risposta, l’EUR/USD è tornato a quota 1.17, con i 1.18 nel mirino, mentre le valute oceaniche (come l’AUD/USD) stanno mostrando forza, con il cambio a 0.6540 e possibili target a 0.6560 e 0.66.
Sul fronte commodities, occhi puntati sui metalli preziosi: l’argento ha rotto la resistenza a 37.865 $, e ora guarda ai 39 $. L’oro resta in fase laterale, con resistenze a 3.480 $ e supporti a 3.320 $, ma mostra segnali di momentum positivo. Sarà importante capire cosa gli operatori vogliano fare, in quanto la materia prima per eccellenza sembra voler puntare nuovamente ai massimi. Trovandoci in una fase piuttosto laterale, sarà importante ricevere conferme per capire il prezzo in quale direzione voglia andare.
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