Mercati sotto pressione tra petrolio e geopoliticaAZIONARI IN RIBASSO
Nella seduta di giovedì 23 luglio 2026, Wall Street ha chiuso in forte ribasso, trascinata dal crollo del comparto tecnologico e dai timori legati all'impennata del prezzo del petrolio verso i 100 dollari al barile.
Il Nasdaq ha chiuso a -2,15%, affondato dalle vendite sul settore tech, mentre l'S&P 500 ha registrato un -1,24%, appesantito dai dubbi sulla redditività dei massicci investimenti nell'intelligenza artificiale. Il Dow Jones ha invece terminato la seduta a -0,95%, mostrando una maggiore tenuta relativa, ma chiudendo comunque in territorio negativo.
Le vendite hanno colpito duramente Tesla e Alphabet, la società controllante di Google, dopo la pubblicazione dei rispettivi risultati societari. Gli investitori manifestano crescenti timori sulla reale redditività, nel breve termine, degli enormi capitali investiti nell'intelligenza artificiale.
Il prezzo del greggio è schizzato verso i 100 dollari al barile a causa delle forti tensioni geopolitiche nell'area del Mar Rosso. Questo rialzo ha riacceso lo spettro dell'inflazione e di politiche monetarie più restrittive.
Gli analisti temono che utili solidi non bastino più a giustificare multipli azionari così elevati, innescando una crescente prudenza sui mercati.
GIAPPONE, INFLAZIONE IN RIALZO
Il tasso d'inflazione annuale in Giappone è accelerato all'1,7% a giugno 2026, rispetto all'1,5% del mese precedente, registrando il valore più elevato da dicembre.
L'aumento è stato determinato in larga parte dal rallentamento della discesa dei prezzi dell'elettricità e del gas, a seguito della riduzione dei sussidi energetici governativi.
Le pressioni sui prezzi si sono intensificate in diversi settori, in particolare nei trasporti, saliti al 2,4% dall'1,9% di maggio, e nell'assistenza sanitaria, cresciuta all'1,3% da una precedente situazione di stabilità. L'inflazione dell'abbigliamento è invece rimasta invariata all'1,7%.
Per quanto riguarda gli alimentari, i prezzi sono aumentati del 3,2% su base annua, rallentando rispetto al 3,5% di maggio e registrando il ritmo di crescita più debole da luglio 2024. A incidere è stato soprattutto il calo dei prezzi del riso per il secondo mese consecutivo.
L'inflazione core, che esclude alimentari ed energia, è salita all'1,6% dall'1,4%, in linea con le aspettative del mercato e al livello più alto da marzo.
Lo yen (JPY) resta sui minimi degli ultimi quarant'anni, incapace di reagire in assenza di interventi della Bank of Japan, che sembra accettarne la svalutazione competitiva.
PETROLIO
Nel corso della notte, il WTI è stato scambiato oltre i 92 dollari al barile ed è sulla buona strada per guadagnare più del 12% nell'arco della settimana, mentre l'escalation delle tensioni in Medio Oriente alimenta i timori di nuove interruzioni delle forniture globali.
Gli Stati Uniti hanno lanciato il tredicesimo giorno consecutivo di attacchi contro l'Iran, con entrambe le parti che hanno escluso la possibilità di colloqui nel breve termine.
Il presidente Trump ha inoltre minacciato «gravi punizioni militari» contro l'Iran e gli Houthi in caso di ulteriori attacchi alle navi mercantili nel Mar Rosso, dichiarando di stare valutando anche un «attacco massiccio» contro Teheran.
Le dichiarazioni sono seguite agli attacchi dei militanti Houthi, sostenuti dall'Iran, contro due petroliere saudite nel Mar Rosso, una rotta di esportazione alternativa fondamentale per l'Arabia Saudita. Nel frattempo, i combattimenti continuano a ostacolare il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz.
Ad aggravare la situazione sul fronte dell'offerta, il Consorzio dell'oleodotto Caspian Pipeline ha sospeso le operazioni di carico presso il terminale sul Mar Nero in seguito agli attacchi alle petroliere, interrompendo circa l'80% delle esportazioni petrolifere del Kazakistan.
La tensione resta elevata e, al momento, non emergono segnali concreti di dialogo che possano far sperare almeno in una tregua.
ORO IN DISCESA
Nella sessione asiatica, i prezzi dell'oro sono scesi verso quota 4.030 dollari l'oncia, estendendo il calo di quasi il 2% registrato nella seduta precedente.
L'impennata dei prezzi del petrolio, alimentata dall'escalation del conflitto in Medio Oriente, ha rafforzato le aspettative di una politica monetaria statunitense più restrittiva.
Il presidente Donald Trump ha minacciato un'azione militare più incisiva contro l'Iran e ha promesso di ritenere Teheran responsabile di qualsiasi futuro attacco degli Houthi alle navi mercantili nel Mar Rosso. Queste dichiarazioni hanno contribuito a spingere il Brent oltre i 95 dollari al barile per la prima volta da maggio.
L'aumento dei prezzi energetici ha alimentato i timori inflazionistici, incrementando le aspettative di una Fed più aggressiva e mettendo sotto pressione gli asset che non offrono rendimento, come l'oro.
Inoltre, il rafforzamento del dollaro, storicamente correlato in modo inverso all'andamento del metallo prezioso, contribuisce a sostenere uno scenario ribassista per il gold.
Dal punto di vista tecnico, il livello da monitorare rimane area 3.885 dollari, considerata un supporto chiave.
Nel frattempo, il mercato attribuisce una probabilità del 34% a un aumento dei tassi da parte della Fed già nella prossima riunione, mentre le probabilità di un rialzo a settembre sono salite oltre l'81%.
A ciò si aggiunge l'incertezza generata dai nuovi dazi statunitensi, compresi tra il 10% e il 12,5%, sulle importazioni provenienti dai principali partner commerciali. Nonostante la debolezza delle ultime sedute, l'oro si avvia comunque a chiudere la settimana con un modesto guadagno.
VALUTE
Sul mercato valutario si respira un clima particolarmente teso, concentrato soprattutto sul cambio USD/JPY, la cui price action sembra ormai essere stata ignorata dalla Bank of Japan, nonostante le promesse di intervento formulate nei mesi scorsi.
Lo yen ha continuato a indebolirsi e il cambio USD/JPY è salito fino a sfiorare quota 164,00. A sorprendere è soprattutto l'assenza di dichiarazioni ufficiali da parte della BoJ che, nel recente passato, erano state sufficienti a condizionare il mercato e a contenere l'eccessiva volatilità.
Oggi sembra invece che la banca centrale giapponese sia disposta a tollerare ulteriori indebolimenti della valuta, forse anche per scoraggiare le numerose posizioni speculative rialziste sullo yen accumulate negli ultimi mesi.
Nel frattempo, l'EUR/USD è sceso fino a un minimo di 1,1364 e potrebbe perdere ulteriore terreno verso area 1,1320.
Il dollaro continua quindi a mostrarsi particolarmente forte nei confronti delle principali valute mondiali, mentre le dinamiche di mercato rimangono complessivamente sotto controllo, fatta eccezione per la valuta giapponese.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Pubblicazioni ActivTrades
Trimestrali USA e petrolio guidano i mercatiTRIMESTRALI SOTTO LA LENTE
Chiusure intorno alla parità per il mercato azionario statunitense, rimasto condizionato dall'estrema cautela degli investitori in vista dei risultati trimestrali delle Big Tech e dal rialzo del greggio, guidato dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran.
Il Dow Jones ha chiuso pressoché invariato (-0,01%), mentre l'S&P 500 ha registrato un calo frazionale dello 0,14%. Per contro, il Nasdaq è stato il listino più penalizzato, cedendo lo 0,57% a causa della debolezza del comparto tecnologico e dei semiconduttori.
L'attenzione del mercato è rimasta focalizzata sui conti trimestrali di Alphabet (Google) e Tesla, pubblicati dopo la chiusura delle contrattazioni. I risultati hanno mostrato uno scenario a due velocità, lasciando l'after-hours di Wall Street in territorio contrastato.
Gli investitori continuano a cercare conferme che i massicci investimenti nell'intelligenza artificiale si stiano traducendo in utili concreti.
Nel frattempo, il forte aumento dei prezzi del petrolio, causato dall'escalation delle tensioni in Medio Oriente, ha alimentato i timori inflazionistici e frenato l'ottimismo dei listini.
In Asia, invece, i mercati azionari hanno chiuso in territorio positivo.
PETROLIO SENZA FRENI
Il prezzo del petrolio WTI ha raggiunto un nuovo massimo delle ultime sei settimane, attestandosi a 88 dollari al barile ed estendendo i guadagni per la quinta seduta consecutiva. L'escalation delle tensioni in Medio Oriente ha infatti accentuato i timori di ulteriori interruzioni delle forniture.
Il presidente Trump ha avvertito che gli Stati Uniti colpirebbero le infrastrutture iraniane qualora Teheran attaccasse le navi in transito nello Stretto di Hormuz. Dal canto suo, l'Iran ha minacciato ritorsioni contro le infrastrutture energetiche legate agli Stati Uniti nell'intera regione.
Nel frattempo, i militanti Houthi, sostenuti dall'Iran, hanno attaccato due petroliere saudite nel Mar Rosso utilizzando missili e droni. Si tratta dei primi attacchi diretti contro petroliere in quella via navigabile, un evento che ha sollevato nuove preoccupazioni su una delle principali rotte alternative per l'export di greggio saudita.
L'escalation ha aperto un nuovo fronte nel conflitto, aumentando i rischi per la navigazione sia nel Mar Rosso sia nello Stretto di Hormuz.
Le forze statunitensi hanno inoltre condotto il dodicesimo giorno consecutivo di attacchi contro obiettivi iraniani, mentre Washington e Teheran hanno continuato a ridimensionare le prospettive di un imminente dialogo di pace.
VALUTE
Mercato dei cambi all'insegna della stabilità e di movimenti contenuti, segnale di un equilibrio che sembra essersi consolidato nelle principali aree di contrattazione.
L'EUR/USD oscilla tra 1,1390 e 1,1460, mentre il GBP/USD (Cable) si muove all'interno del range compreso tra 1,3350 e 1,3430.
L'EUR/GBP è tornato a salire verso quota 0,8540, recuperando circa lo 0,40% dai minimi recenti.
Stabili anche le valute oceaniche e il franco svizzero.
L'USD/JPY rimane sopra quota 163,00, in un contesto caratterizzato dai timori di un possibile intervento della Bank of Japan. Per il momento, tuttavia, la spinta rialzista degli operatori istituzionali continua a prevalere, sostenuta dall'ampio differenziale dei tassi d'interesse che penalizza la valuta nipponica.
I rendimenti obbligazionari confermano infatti un ampio spread tra il decennale statunitense e quello giapponese. La Federal Reserve continua a mantenere un atteggiamento restrittivo sui tassi: il Treasury decennale rende il 4,66%, contro il 2,72% del corrispondente titolo giapponese.
AUSTRALIA: DISOCCUPAZIONE
Il tasso di disoccupazione in Australia si è attestato al 4,4% a giugno, in linea sia con le aspettative del mercato sia con il dato registrato a maggio.
Il numero dei disoccupati è aumentato di 12.700 unità, passando da 674.100 a 686.800, mentre il numero di persone alla ricerca di un impiego a tempo pieno è cresciuto di 13.300 unità, raggiungendo quota 457.300.
L'occupazione complessiva è aumentata di 76.300 unità, toccando il livello record di 14,82 milioni e superando nettamente le stime di consenso, ferme a 15.000 unità.
L'occupazione a tempo pieno è cresciuta di 29.300 unità, arrivando a 10,17 milioni, mentre quella part-time è aumentata di 47.100 unità, raggiungendo i 4,65 milioni.
Il tasso di partecipazione è salito al 67,0%, superando sia il dato di maggio sia le aspettative del mercato (66,7%) e raggiungendo il livello più elevato da luglio 2025.
L'AUD/USD continua a muoversi all'interno del range compreso tra 0,6980 e 0,7020.
GOLD IN CORREZIONE
Giovedì l'oro è sceso in area 4.120 dollari l'oncia dopo aver toccato il massimo delle ultime due settimane a 4.166 dollari.
La correzione è avvenuta in un contesto caratterizzato dall'escalation delle tensioni in Medio Oriente, che ha sostenuto il rialzo dei prezzi energetici. I militanti Houthi, sostenuti dall'Iran, hanno rivendicato attacchi contro due petroliere saudite nel Mar Rosso, aumentando il rischio di ulteriori interruzioni delle forniture energetiche.
Parallelamente, Trump ha ribadito la possibilità di colpire infrastrutture iraniane, contribuendo ad alimentare le tensioni geopolitiche.
Questi sviluppi hanno spinto il petrolio sui massimi delle ultime sei settimane, mantenendo elevate le pressioni inflazionistiche e rafforzando le aspettative che i tassi d'interesse possano restare elevati più a lungo.
L'attenzione degli investitori è ora rivolta alla riunione della Federal Reserve della prossima settimana, dalla quale non sono attese variazioni dei tassi ufficiali.
Tuttavia, il mercato continua a prezzare la possibilità di un rialzo entro la fine dell'anno, con una probabilità del 61% attribuita a un intervento già nel mese di settembre.
Oggi è inoltre attesa la decisione della BCE sui tassi di interesse. Lo scenario più probabile resta quello di un mantenimento degli attuali livelli, anche se l'istituto centrale potrebbe lasciare aperta la porta a un eventuale rialzo nella riunione di settembre.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
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Borse in rialzo, oro e petrolio sotto i riflettoriLE BORSE IGNORANO IL CONFLITTO
Nella seduta di ieri, martedì 21 luglio 2026, Wall Street ha chiuso in deciso rialzo, trainata dal forte rimbalzo del comparto dei semiconduttori e dall'ottimismo legato alla stagione delle trimestrali societarie.
I tre principali indici della Borsa di New York hanno registrato guadagni consistenti. Il Dow Jones Industrial Average ha chiuso in rialzo dello 0,74%, mentre l'S&P 500 ha segnato un +0,89%, salendo a quota 7.509,20 punti. Il Nasdaq Composite è stato il migliore, con un progresso di circa l'1,4%, sostenuto principalmente dal comparto tecnologico.
Dopo i pesanti cali delle scorse settimane, i titoli legati all'intelligenza artificiale e ai semiconduttori hanno guidato il recupero dei listini. Anche le trimestrali aziendali hanno contribuito a riportare fiducia sui mercati, allontanando il segno meno dagli indici.
Positiva anche la performance dei mercati asiatici, che hanno sovraperformato seguendo l'andamento di Wall Street e beneficiando dei rialzi registrati dai titoli del settore dei semiconduttori.
VALUTE
Sul fronte valutario, segnaliamo che lo yen giapponese si è indebolito oltre quota 163 contro il dollaro, raggiungendo il livello più basso dall'ottobre del 1986 e mantenendo i mercati in stato di massima allerta per un possibile intervento governativo a sostegno della valuta.
Questo calo è dovuto all'escalation delle tensioni in Medio Oriente, che ha spinto al rialzo i prezzi del petrolio, esercitando pressione sull'economia giapponese, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche provenienti dalla regione.
Anche il rafforzamento del dollaro statunitense e l'aumento dei rendimenti dei Treasury hanno pesato sulla valuta nipponica, poiché l'ampio differenziale dei tassi di interesse continua a favorire le operazioni di carry trade, con posizioni lunghe sul dollaro USA e corte sullo yen.
Inoltre, le crescenti preoccupazioni fiscali in Giappone, dopo la presentazione di ingenti piani di spesa pubblica, unite all'approccio prudente della Banca del Giappone nel processo di normalizzazione della politica monetaria, hanno esercitato ulteriore pressione al ribasso sulla valuta.
Sul fronte macroeconomico, la bilancia commerciale giapponese è tornata in deficit a giugno, poiché la crescita delle importazioni ha superato quella delle esportazioni.
Per quanto riguarda gli altri cambi, segnaliamo una situazione di sostanziale equilibrio per l'EUR/USD, che continua a oscillare tra 1,1400 e 1,1450, così come per il Cable (GBP/USD), compreso tra 1,3350 e 1,3400.
Poco mossi anche il franco svizzero e le valute oceaniche, che restano tuttavia a ridosso delle principali resistenze tecniche e mostrano una tenuta migliore rispetto a euro e sterlina.
IL GOLD RITORNA DI MODA?
Mercoledì l'oro ha raggiunto quota 4.135 dollari l'oncia, estendendo i guadagni della sessione precedente nonostante l'aumento dei rendimenti dei titoli di Stato statunitensi e le persistenti preoccupazioni legate al conflitto in Medio Oriente.
L'impatto dei rendimenti sull'inflazione e sulle aspettative dei tassi di interesse avrebbe dovuto, almeno in base alle tradizionali correlazioni di mercato, spingere il metallo prezioso ulteriormente al ribasso. Invece, sono emersi consistenti acquisti, evidenziando una fase di accumulazione particolarmente interessante.
Il presidente Donald Trump ha minimizzato la possibilità di colloqui a breve termine con l'Iran e ha minacciato ulteriori attacchi, contribuendo alla risalita dei prezzi del petrolio.
Sul fronte macroeconomico, i dati ADP hanno mostrato che i datori di lavoro privati statunitensi hanno creato mediamente 16.500 posti di lavoro a settimana nelle quattro settimane terminate il 4 luglio, in calo rispetto alla media settimanale di 19.250 registrata nel periodo precedente, segnando il quarto rallentamento consecutivo nelle assunzioni.
I mercati si aspettano generalmente che la Federal Reserve lasci invariati i tassi di interesse nella riunione della prossima settimana, mentre attribuiscono una probabilità superiore al 55% a un rialzo dei tassi nel mese di settembre.
PETROLIO ANCORA SU
Mercoledì il Brent ha superato i 90 dollari al barile, raggiungendo i massimi degli ultimi sei settimane, a causa dell'intensificarsi dei rischi per l'approvvigionamento lungo diverse importanti rotte di esportazione, anche al di fuori del Medio Oriente.
Il presidente Trump ha escluso la possibilità di colloqui imminenti con l'Iran, avvertendo al contempo della possibilità di ulteriori attacchi e promettendo ritorsioni qualora i ribelli Houthi, sostenuti da Teheran, interrompessero il traffico marittimo attraverso il Mar Rosso.
Il Mar Rosso è diventato un corridoio di esportazione strategico per l'Arabia Saudita durante il conflitto, consentendo al Regno di reindirizzare parte delle proprie esportazioni di greggio tramite oleodotti e di ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz.
Dal punto di vista tecnico, il Brent potrebbe ancora estendere il rialzo verso area 96,50 e 97,40 dollari al barile, livelli che rappresentano i prossimi punti di riferimento significativi. La tensione geopolitica resta elevata e il mercato non ha ancora completamente assorbito i relativi effetti.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
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Mercati prudenti, tornano le speranze di paceRINNOVATE SPERANZE DI PACE
Chiusure frazionali per la Borsa americana nella sessione di ieri, 20 luglio, con due questioni ancora sul tavolo che continuano a generare incertezza e timori tra gli investitori.
Le tensioni geopolitiche restano il tema prioritario. A questo proposito stanno emergendo nuove speranze di pace tra le parti coinvolte: i mediatori internazionali hanno proposto una tregua di 10 giorni per tentare di rilanciare il dialogo ed evitare un'escalation che, fino a ieri, sembrava molto probabile.
Gli indici azionari statunitensi hanno chiuso in lieve calo: Nasdaq -0,05%, S&P 500 -0,16% e Dow Jones -0,59%. Gli operatori hanno mantenuto un atteggiamento prudente, focalizzandosi sull'imminente pubblicazione dei risultati societari dei colossi tecnologici, tra cui Alphabet e Tesla.
Parallelamente, si è registrato un recupero parziale dei titoli del settore dei semiconduttori dopo le forti vendite delle sessioni precedenti. Questo ha consentito al Nasdaq di limitare le perdite rispetto agli altri listini.
Resta elevata l'attenzione sull'andamento del prezzo del petrolio, influenzato dalle tensioni geopolitiche, e sulle prossime mosse delle banche centrali, inclusa l'attesa per le riunioni della BCE.
PETROLIO
Nella notte il prezzo del petrolio greggio WTI è sceso verso gli 82 dollari al barile, in leggero calo rispetto ai massimi delle ultime cinque settimane, grazie alle crescenti speranze di una ripresa dei negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran dopo diversi giorni di escalation del conflitto.
Ciononostante, i prezzi del petrolio sono aumentati sensibilmente nel corso del mese. Gli attacchi statunitensi contro l'Iran sono infatti proseguiti per il decimo giorno consecutivo, mentre Teheran ha continuato con i raid di rappresaglia contro i Paesi vicini.
Le tensioni si sono ulteriormente intensificate dopo che il presidente Donald Trump ha avvertito che Teheran sarebbe stata ritenuta responsabile della morte di tre militari statunitensi.
Dal punto di vista tecnico, il WTI rimane in una fase di accumulazione dopo aver superato quota 80 dollari, con possibili obiettivi in area 86,00.
GOLD
L'oro torna a salire, riportandosi sopra i 4.000 dollari l'oncia, pur restando vicino ai minimi degli ultimi nove mesi. Il conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran continua infatti a mantenere gli investitori concentrati sui rischi di inflazione legati al settore energetico e sulla prospettiva di tassi di interesse più elevati.
Gli attacchi statunitensi contro l'Iran sono entrati nel decimo giorno consecutivo, mentre il presidente Donald Trump ha ribadito che l'Iran sarebbe stato ritenuto responsabile della morte di tre militari americani.
Nel frattempo, Teheran ha affermato che i mediatori hanno presentato proposte volte ad allentare le tensioni con Washington dopo diversi giorni di combattimenti. Alcune fonti indicano inoltre la possibilità di un cessate il fuoco di 10 giorni.
I rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi sono aumentati sensibilmente nel corso della settimana. I mercati prezzano ora una probabilità di circa il 55% di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve a settembre, rispetto al 51% della seduta precedente.
Un eventuale aumento dei tassi tornerebbe a pesare sul prezzo del metallo giallo, che continua a dipendere in larga misura dall'andamento della politica monetaria.
VALUTE
Il mercato dei cambi resta il meno volatile tra le principali asset class, con oscillazioni contenute.
L'EUR/USD ha oscillato tra 1,1400 e 1,1450, senza riuscire a violare né i livelli di supporto né quelli di resistenza. Il cable (GBP/USD) è rimasto ancorato tra 1,3410 e 1,3480, mantenendo l'EUR/GBP stabile nell'intervallo compreso tra 0,8480 e 0,8510.
L'elezione del nuovo Primo Ministro britannico, Burnham, non ha avuto effetti rilevanti sulla sterlina, che è rimasta sostanzialmente immobile in attesa di segnali più concreti. Pur essendo considerato più carismatico e comunicativo rispetto a Keir Starmer, Burnham non si è particolarmente sbilanciato, nonostante le aspettative appaiano elevate.
Tra le altre valute, segnaliamo un USD/JPY in area 162,50, senza alcun segnale di intervento da parte della BoJ, che continua a restare alla finestra mentre la speculazione alimenta le pressioni sul cambio.
Il franco svizzero si mantiene stabile, con USD/CHF in area 0,9250 ed EUR/CHF intorno a 0,8100. Le valute oceaniche continuano invece a mostrare forza, in particolare il dollaro neozelandese.
Il NZD ha beneficiato della pubblicazione dei dati sull'inflazione, che nel secondo trimestre è salita al 4,1% dal 3,1% del trimestre precedente, superando sia le attese del 4,0% sia il range obiettivo dell'1-3% fissato dalla RBNZ. Si tratta del livello più elevato dal quarto trimestre del 2023.
Il contributo maggiore all'aumento dell'inflazione è arrivato dal comparto dei trasporti, dove i prezzi sono balzati del 10,6%, principalmente a causa dell'incremento dei prezzi della benzina e degli altri carburanti e lubrificanti per veicoli.
RENDIMENTI IN CRESCITA
Il rendimento del Treasury statunitense a 10 anni è salito leggermente al 4,59%, dopo essere diminuito di circa 7 punti base la settimana precedente. Gli investitori continuano a valutare gli sviluppi in Medio Oriente e le loro implicazioni per le prospettive economiche e di politica monetaria.
Le tensioni tra Stati Uniti e Iran si sono intensificate nel corso del fine settimana, spingendo inizialmente i prezzi del petrolio sui massimi delle ultime sei settimane. Successivamente, però, gran parte dei guadagni è stata riassorbita dopo le dichiarazioni del Ministero degli Esteri iraniano, secondo cui i negoziati con Washington potrebbero proseguire qualora venissero rispettati gli interessi nazionali del Paese.
La scorsa settimana sia l'indice dei prezzi al consumo (CPI) sia quello dei prezzi alla produzione (PPI) hanno registrato valori inferiori alle attese. Tuttavia, il recente rialzo del petrolio ha alimentato il timore che il percorso di disinflazione possa rallentare o interrompersi.
I mercati continuano a scontare un aumento dei tassi da parte della Fed nel corso dell'anno, con la probabilità di un intervento a settembre che resta superiore al 60%.
Nel frattempo, i funzionari della Federal Reserve sono entrati nel consueto periodo di silenzio stampa in vista della riunione del FOMC della prossima settimana, durante la quale il mercato si attende che il tasso sui Fed Funds venga lasciato invariato.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street e petrolio: mercati sotto pressioneWALL STREET: È LA VOLTA BUONA?
Venerdì gli indici azionari statunitensi hanno chiuso in ribasso, a causa di una nuova ondata di vendite nel settore dei semiconduttori e del riaccendersi delle tensioni geopolitiche.
L'S&P 500 ha perso l'1%, il Nasdaq l'1,5% e il Dow Jones 407 punti.
I titoli del comparto dei semiconduttori sono crollati per i timori che le grandi aziende dell'intelligenza artificiale possano ridurre gli investimenti nelle infrastrutture AI, annullando in parte il rally registrato quest'anno. Nvidia ha perso il 2,2%, Broadcom l'1%, AMD l'1% e Intel il 2%.
Nel frattempo, i rischi inflazionistici hanno ripreso slancio con il protrarsi della guerra in Medio Oriente e l'aumento dei prezzi dei carburanti.
Le difficoltà economiche si sono ulteriormente aggravate dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato che la Cina avrebbe interferito nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2020, alimentando i timori sulla tenuta della tregua commerciale raggiunta dopo lo scambio di dazi dello scorso anno.
Sul fronte degli utili societari, Netflix ha registrato un calo del 7,3% dopo aver previsto un ulteriore trimestre di rallentamento delle vendite.
PETROLIO IN RIALZO
Venerdì il prezzo del WTI ha superato gli 82 dollari al barile, raggiungendo il livello più alto dell'ultimo mese, dopo che il Kuwait ha dichiarato che l'Iran avrebbe attaccato un impianto di produzione energetica e di desalinizzazione dell'acqua.
Nel frattempo, alcune fonti hanno riferito che l'Iran avrebbe lanciato attacchi contro obiettivi statunitensi in Bahrein, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar e Siria, in risposta all'ultima ondata di operazioni militari condotte da Washington.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha affermato di aver completato la sesta notte consecutiva di attacchi contro l'Iran, prendendo di mira decine di siti militari.
Inoltre, secondo alcune fonti, Teheran avrebbe incaricato le forze Houthi di prepararsi a interrompere il traffico marittimo nel Mar Rosso nel caso in cui gli Stati Uniti attaccassero le infrastrutture energetiche iraniane.
Nel frattempo, il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz è rimasto fortemente limitato.
I prezzi del petrolio sono aumentati di oltre il 14% nell'arco della settimana a causa dell'intensificarsi delle ostilità, alimentando i timori di un conflitto regionale più ampio.
All'inizio della settimana, gli Stati Uniti hanno inoltre ripristinato il blocco navale dei porti iraniani situati nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz.
DATI MACRO USA
Secondo le stime preliminari, l'indice di fiducia dei consumatori dell'Università del Michigan è salito a 54,4 nel luglio 2026, superando le aspettative di mercato pari a 51,0 e registrando il secondo aumento mensile consecutivo dopo il minimo storico toccato a maggio.
Il sentiment ha raggiunto il livello più elevato da febbraio, sostenuto principalmente dal calo dei prezzi della benzina.
Tutte e cinque le componenti dell'indice hanno mostrato un miglioramento, trainate soprattutto dall'aumento di circa il 20% delle condizioni di acquisto dei beni durevoli e delle aspettative sulle condizioni economiche per i prossimi dodici mesi.
Nonostante la ripresa, la fiducia dei consumatori resta inferiore del 12% rispetto a un anno fa, poiché i prezzi elevati continuano a gravare sui bilanci delle famiglie.
La maggior parte delle risposte al sondaggio è stata raccolta prima della ripresa degli attacchi statunitensi contro l'Iran, avvenuta il 7 luglio, e del conseguente rialzo dei prezzi dei carburanti.
Tra gli altri dati pubblicati, si segnala la produzione industriale, aumentata dello 0,1% su base mensile a giugno 2026. Il dato è in linea con quello di maggio, ma leggermente inferiore alle attese del mercato, pari allo 0,2%.
La produzione manifatturiera è rimasta invariata. Il calo dello 0,1% della produzione di beni durevoli, dovuto soprattutto alla contrazione nei settori del legno, dei prodotti minerali non metallici, dei macchinari e delle apparecchiature elettriche, ha compensato l'aumento dello 0,2% dei beni non durevoli, favorito dall'impennata del 2,1% della produzione di petrolio e carbone.
Sempre negli Stati Uniti, i prezzi dei beni importati sono aumentati dello 0,3% rispetto al mese precedente, rallentando rispetto all'1,7% rivisto di maggio, ma in netto contrasto con le aspettative del mercato, che prevedevano una flessione dello 0,7%.
I prezzi delle importazioni di carburanti e lubrificanti sono diminuiti dello 0,4%. Al contrario, i prezzi delle importazioni non energetiche sono aumentati dello 0,4%, dopo il +0,7% del mese precedente, segnando il settimo incremento consecutivo.
Va inoltre sottolineato che l'aumento dei costi delle importazioni non include gli effetti dei dazi doganali recentemente introdotti dall'amministrazione statunitense.
Su base annua, i prezzi delle importazioni sono aumentati del 7,1%, registrando il valore più elevato degli ultimi quattro anni.
VALUTE
Sul mercato valutario continua a prevalere una fase di trading range tra le principali coppie.
L'EUR/USD oscilla tra 1,1370 e 1,1480, in assenza di novità rilevanti sia sul fronte macroeconomico sia su quello monetario. Il leggero rallentamento della crescita e delle pressioni inflazionistiche dovrebbe, secondo alcune analisi, dissuadere la Federal Reserve dall'effettuare ulteriori rialzi dei tassi in autunno.
Anche il Cable (GBP/USD) rimane sostanzialmente stabile, dopo che l'EUR/GBP è tornato sopra quota 0,8500.
L'attenzione degli operatori resta però concentrata soprattutto sull'USD/JPY, che continua a mantenersi sopra area 162,00, mentre la Bank of Japan appare vigile, anche se non vi sono conferme ufficiali.
Il mercato rimane particolarmente sensibile alle dichiarazioni delle autorità giapponesi e ai cosiddetti checking prices, ovvero interventi verbali o semplici richieste di quotazioni agli operatori, senza un'effettiva operatività sul mercato.
Tali interventi provocano spesso discese dell'USD/JPY nell'ordine di 50-100 pips, seguite però da rapidi recuperi.
Quanto potrà durare questa dinamica? Lo vedremo. Resta comunque una price action estremamente interessante da osservare.
Poche novità, invece, sugli altri fronti valutari.
SETTIMANA ENTRANTE
L'attenzione degli investitori sarà concentrata sugli sviluppi del conflitto tra Stati Uniti e Iran dopo la recente escalation militare e sulle conseguenze che questa potrebbe avere sui mercati energetici e sulle aspettative relative ai tassi di interesse.
Parallelamente, il settore dell'intelligenza artificiale sarà nuovamente sotto i riflettori con la pubblicazione dei risultati trimestrali di alcune aziende leader del comparto tecnologico, dei semiconduttori e delle infrastrutture energetiche, tra cui Alphabet, Intel, Tesla e GE Vernova.
Dal punto di vista macroeconomico, la settimana si presenta relativamente leggera. Tra i principali appuntamenti figurano gli indici PMI di S&P Global, l'indice anticipatore e i risultati delle indagini regionali della Federal Reserve.
In Europa, la BCE comunicherà la propria decisione sui tassi di interesse e verranno pubblicati diversi indicatori di fiducia economica.
Nel Regno Unito saranno diffusi i dati relativi all'inflazione, al tasso di disoccupazione e alle vendite al dettaglio.
In Giappone sono attesi i dati sulla bilancia commerciale e sull'indice dei prezzi al consumo (CPI), particolarmente rilevanti per valutare le prospettive dello yen.
Sul fronte politico, il leader del Partito Laburista, Andy Burnham, viene indicato da alcune fonti come possibile futuro Primo Ministro del Regno Unito.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Mercati: Wall Street corre, Asia in rossoUSA SALE, ASIA SCENDE
La sessione di Wall Street di mercoledì 15 luglio 2026 ha registrato una chiusura positiva per i principali indici azionari statunitensi, trainata dai dati macroeconomici favorevoli sull'inflazione USA, scesa al 3,5%, e dalle trimestrali record delle grandi banche d'affari.
Ottime performance, infatti, per il settore finanziario dopo la pubblicazione dei risultati trimestrali. Spicca il rally di Goldman Sachs (+9%, miglior titolo del Dow Jones), seguita da JPMorgan Chase (+2,4%) e Bank of America (+2%).
Sul fronte macroeconomico, il raffreddamento dell'inflazione ha alimentato l'ottimismo degli investitori in vista delle prossime mosse della Fed, che potrebbe lasciare invariati i tassi di interesse.
Nella notte, invece, i listini asiatici hanno perso quota, con la maggior parte delle borse della regione che ha chiuso in ribasso. A pesare è stata soprattutto la discesa del comparto dei semiconduttori, nuovamente sotto pressione a causa delle persistenti preoccupazioni sulla sostenibilità del settore dell'intelligenza artificiale.
Il KOSPI sudcoreano ha perso oltre il 6%, mentre il Nikkei giapponese ha ceduto circa il 3%.
VALUTE
Sul fronte valutario, il dollaro si è stabilizzato dopo le perdite registrate nelle due sedute precedenti, causate dal calo delle pressioni inflazionistiche evidenziato dalla pubblicazione di CPI e PPI inferiori alle attese. Questo scenario alimenta le speranze di una Fed leggermente più accomodante e ha contribuito a ridurre le aspettative di un ulteriore rialzo dei tassi di interesse da parte della banca centrale statunitense.
I dati pubblicati mercoledì hanno mostrato un calo inatteso dei prezzi alla produzione negli Stati Uniti nel mese di giugno, per la prima volta in quasi un anno, principalmente a causa della diminuzione dei costi energetici. Il dato segue il rapporto sull'inflazione al consumo diffuso martedì, anch'esso risultato inferiore alle aspettative.
I mercati hanno così ridimensionato le probabilità di un aumento dei tassi da parte della Fed a settembre, con la probabilità implicita scesa a circa il 44% dal 50% del giorno precedente.
Nel frattempo, il rinnovato conflitto tra Stati Uniti e Iran ha sostenuto i prezzi del petrolio nel corso della settimana, alimentando nuove preoccupazioni sull'inflazione e sulle prospettive dei tassi di interesse. Ciononostante, mercoledì il presidente Donald Trump ha affermato che Teheran avrebbe manifestato la volontà di riprendere i negoziati.
Sul mercato valutario, l'EUR/USD si mantiene in area 1,1470, mentre il Cable è salito decisamente sopra quota 1,3500. L'EUR/GBP ha violato il supporto di 0,8500, scendendo fino a 0,8450, per poi recuperare alcuni pip.
La tendenza dovrebbe rimanere invariata, con l'EUR/GBP ancora inserito in un trend ribassista nonostante possibili correzioni tecniche, mentre l'EUR/USD potrebbe incontrare difficoltà nel proseguire il movimento rialzista.
L'USD/JPY, dal canto suo, non perde terreno e resta vicino ai massimi di area 162,50-162,60. I principali supporti si collocano a 161,60 e, per il momento, hanno tenuto efficacemente.
Le valute oceaniche consolidano i recenti movimenti, mentre il franco svizzero rimane stabile intorno a 0,9250 contro euro e a 0,8060 contro dollaro. Il NZD/USD continua a mostrare una tendenza positiva, mentre l'AUD/USD tenta di recuperare quota 0,7000.
PETROLIO
Dopo giorni di rialzi, il petrolio sembra essersi stabilizzato nelle ultime ore. Il WTI si mantiene intorno agli 80 dollari al barile, al di sotto delle principali resistenze tecniche, mentre il Brent quota circa 84 dollari.
Il contesto resta caratterizzato dall'intensificazione della campagna militare statunitense contro l'Iran, con l'obiettivo di garantire la sicurezza della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Mercoledì le forze statunitensi hanno effettuato nuovi raid aerei, prendendo di mira depositi di missili e siti di lancio iraniani. Alcune fonti indicano inoltre che il presidente Donald Trump sarebbe favorevole a un'estensione delle operazioni militari e avrebbe discusso la possibile conquista dell'isola di Kharg, principale terminale di esportazione petrolifera dell'Iran.
L'escalation del conflitto ha spinto i prezzi del petrolio ai massimi dell'ultimo mese e ha riacceso i timori di possibili interruzioni delle forniture energetiche dal Medio Oriente, recuperando circa un terzo del calo registrato nel secondo trimestre dopo l'accordo di pace provvisorio, che aveva migliorato temporaneamente le prospettive di approvvigionamento.
GOLD
Sul fronte dell'oro, segnaliamo una fase di consolidamento, durante la quale i prezzi oscillano tra i minimi recenti di 3.950 dollari l'oncia e la resistenza rappresentata da quota 4.200 dollari.
Si tratta di un'ampia fase laterale che potrebbe rappresentare un equilibrio temporaneo prima di un eventuale ritorno del trend rialzista.
Da un lato, l'aumento del prezzo del petrolio alimenta il rischio di nuove pressioni inflazionistiche; dall'altro, i dati macroeconomici statunitensi continuano a mostrare segnali disinflazionistici. Questa divergenza si somma alle incertezze geopolitiche, generando forte instabilità nelle aspettative sui tassi di interesse.
Del resto, i dati sull'inflazione fanno riferimento al mese di giugno e non incorporano ancora gli effetti dell'ultima escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran. L'accordo di pace provvisorio raggiunto il mese scorso appare infatti ormai superato dagli ultimi sviluppi geopolitici.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street in rialzo, Asia in forte caloUSA SALE, ASIA SCENDE
La sessione di Wall Street di mercoledì 15 luglio 2026 ha registrato una chiusura positiva per i principali indici azionari statunitensi, trainata dai dati macroeconomici favorevoli sull'inflazione USA, scesa al 3,5%, e dalle trimestrali record delle grandi banche d'affari.
Ottime le performance del settore finanziario dopo la pubblicazione dei risultati trimestrali. Spicca il rally di Goldman Sachs (+9%, miglior titolo del Dow Jones), seguita da JPMorgan Chase (+2,4%) e Bank of America (+2%).
Sul fronte macroeconomico, il raffreddamento dell'inflazione ha alimentato l'ottimismo degli investitori sulle prossime mosse della Federal Reserve, che potrebbe lasciare invariati i tassi di interesse.
Nella notte, invece, i listini asiatici hanno perso quota, con la maggior parte delle borse della regione in ribasso. A pesare è stata soprattutto la debolezza del comparto dei semiconduttori, nuovamente sotto pressione a causa delle persistenti preoccupazioni sulla sostenibilità delle valutazioni legate al settore dell'intelligenza artificiale.
Il KOSPI sudcoreano ha perso oltre il 6%, mentre il Nikkei giapponese ha ceduto circa il 3%.
VALUTE
Sul fronte valutario, il dollaro si è stabilizzato dopo le perdite registrate nelle due sedute precedenti, causate dal calo delle pressioni inflazionistiche evidenziato dalla pubblicazione di CPI e PPI inferiori alle attese. Questo scenario alimenta le speranze di una Federal Reserve leggermente più accomodante e ha ridotto le aspettative di futuri rialzi dei tassi da parte della banca centrale statunitense.
I dati pubblicati mercoledì hanno mostrato un calo inatteso dei prezzi alla produzione negli Stati Uniti nel mese di giugno, il primo in quasi un anno, principalmente a causa della diminuzione dei costi energetici. Il dato si aggiunge al rapporto sull'inflazione al consumo diffuso martedì, anch'esso risultato inferiore alle aspettative.
I mercati hanno quindi ridimensionato le probabilità di un rialzo dei tassi da parte della Fed a settembre, con la probabilità implicita scesa a circa il 44%, rispetto al 50% della giornata precedente.
Nel frattempo, il rinnovato conflitto tra Stati Uniti e Iran ha sostenuto i prezzi del petrolio nel corso della settimana, riaccendendo le preoccupazioni legate all'inflazione e alle prospettive dei tassi di interesse. Ciononostante, mercoledì il presidente Donald Trump ha dichiarato che Teheran avrebbe manifestato la volontà di riprendere i negoziati.
Sul mercato dei cambi, l'EUR/USD si mantiene in area 1,1470, mentre il Cable (GBP/USD) è salito con decisione sopra quota 1,3500. L'EUR/GBP ha violato il supporto di 0,8500, scendendo fino a 0,8450, livello dal quale ha successivamente recuperato alcuni punti.
La tendenza di fondo dovrebbe rimanere invariata: l'EUR/GBP resta inserito in un trend ribassista, pur lasciando spazio a possibili fasi correttive, mentre l'EUR/USD potrebbe incontrare difficoltà nel proseguire il movimento rialzista.
L'USD/JPY, dal canto suo, continua a mantenersi vicino ai massimi in area 162,50-162,60. I principali supporti si collocano a 161,60, livello che per il momento ha tenuto efficacemente.
Le valute oceaniche consolidano i recenti movimenti, mentre il franco svizzero rimane stabile a 0,9250 contro euro e a 0,8060 contro dollaro. Il NZD/USD mantiene un'impostazione positiva, mentre l'AUD/USD tenta di recuperare la soglia psicologica di 0,7000.
PETROLIO
Dopo diversi giorni di rialzi, il petrolio sembra ora attraversare una fase di stabilizzazione. Il WTI oscilla intorno agli 80 dollari al barile, poco sotto importanti resistenze tecniche, mentre il Brent si mantiene in area 84 dollari.
Il contesto resta influenzato dall'intensificazione della campagna militare statunitense contro l'Iran, finalizzata a garantire la sicurezza della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Mercoledì le forze statunitensi hanno condotto nuovi raid aerei, colpendo depositi di missili e siti di lancio iraniani. Secondo alcune fonti, il presidente Donald Trump sarebbe favorevole a un'estensione delle operazioni militari e avrebbe discusso anche l'ipotesi di un'azione sull'isola di Kharg, principale terminale per l'export petrolifero iraniano.
L'escalation del conflitto ha spinto i prezzi del greggio ai massimi dell'ultimo mese e ha riacceso le preoccupazioni per possibili interruzioni delle forniture dal Medio Oriente, recuperando circa un terzo delle perdite accumulate nel secondo trimestre dopo il raggiungimento dell'accordo di pace provvisorio, che aveva temporaneamente migliorato le prospettive di approvvigionamento.
GOLD
Sul fronte dell'oro, segnaliamo una fase di consolidamento, con le quotazioni che oscillano tra i minimi di periodo in area 3.950 dollari l'oncia e la fascia dei 4.200 dollari. Il mercato sembra dunque muoversi all'interno di un trading range di equilibrio, in attesa di indicazioni più chiare sulla direzione futura.
Da un lato, il rialzo del petrolio alimenta timori di una ripresa delle pressioni inflazionistiche; dall'altro, i dati macroeconomici statunitensi continuano a mostrare segnali disinflazionistici. A ciò si aggiunge l'incertezza derivante dal quadro geopolitico internazionale.
Ne consegue uno scenario particolarmente complesso per le aspettative sui tassi di interesse, con gli operatori che faticano a individuare una direzione univoca.
Va infine ricordato che i dati sull'inflazione recentemente pubblicati si riferiscono al mese di giugno e, pertanto, non incorporano ancora gli effetti dell'ultima escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran. L'accordo di pace provvisorio raggiunto il mese scorso risulta infatti ormai superato dagli sviluppi più recenti del contesto geopolitico.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Tensioni in Medio Oriente, mercati sotto pressioneTENSIONE NUOVAMENTE IN AUMENTO
Nella seduta del 13 luglio 2026, Wall Street ha chiuso in territorio negativo a causa del forte aumento delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran. Il ripristino del blocco navale nello Stretto di Hormuz ha fatto impennare il prezzo del petrolio, innescando vendite diffuse, soprattutto nel settore tecnologico e dei semiconduttori.
Il Nasdaq ha chiuso in calo dell’1,55%, mentre l’S&P 500 ha ceduto lo 0,79%. Il Dow Jones ha invece terminato la seduta con una perdita dello 0,26%.
Il greggio a New York è balzato di circa il 7,8% (sfiorando il +10% per il Brent), alimentando i timori di nuove pressioni inflazionistiche. Nel frattempo, i produttori di chip hanno guidato i ribassi.
Gli investitori sono rimasti cauti in vista dei prossimi dati sull’inflazione statunitense e della testimonianza del governatore della Fed, Kevin Warsh.
NIKKEI
Questa notte, l’indice Nikkei 225 è sceso dello 0,8%, attestandosi a circa 66.700 punti. Si tratta del secondo calo consecutivo e del livello più basso dell’ultimo mese, a causa dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente, che ha peggiorato il sentiment degli investitori.
Il presidente Donald Trump ha reintrodotto il blocco delle navi iraniane che transitano nello Stretto di Hormuz, provocando un forte rialzo dei prezzi del petrolio e pesando sui mercati azionari globali. Si sono così riaccesi i timori che le banche centrali possano essere costrette ad aumentare i tassi di interesse per contenere l’inflazione.
Anche il mercato azionario giapponese ha seguito la debolezza del settore tecnologico statunitense. I produttori di semiconduttori sono stati particolarmente penalizzati dalle crescenti preoccupazioni sulla sostenibilità degli investimenti legati all’intelligenza artificiale.
Lo yen resta molto debole, incapace di reagire, mentre la Bank of Japan appare ancora poco incline a intervenire.
PETROLIO
Martedì il prezzo del petrolio WTI ha superato nuovamente i 79 dollari al barile, portando i guadagni settimanali a oltre il 10%.
A sostenere il rialzo sono state le decisioni del presidente Donald Trump di ripristinare il blocco delle navi iraniane che transitano nello Stretto di Hormuz e di introdurre un corrispettivo per tutte le altre merci in transito attraverso lo stretto.
Trump ha chiesto un contributo pari al 20% del valore dei carichi, sostenendo che gli Stati Uniti debbano essere compensati dai Paesi che beneficiano degli sforzi volti a garantire la sicurezza della rotta marittima, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Kuwait.
Le misure sono arrivate dopo il riaccendersi delle ostilità tra Washington e Teheran. Gli Stati Uniti cercano di limitare la capacità dell’Iran di interrompere il traffico marittimo, mentre Teheran risponde prendendo di mira gli alleati statunitensi nella regione.
VALUTE
Sul mercato valutario, il dollaro ha guadagnato terreno grazie al suo ruolo di bene rifugio, spingendo molte valute concorrenti verso livelli tecnici chiave.
L’EUR/USD si è avvicinato all’area di supporto compresa tra 1,1375 e 1,1380, mostrando difficoltà nel mantenere i guadagni accumulati durante le fasi di maggiore propensione al rischio, che tendono a penalizzare il biglietto verde.
La sterlina continua a mostrare una forza relativa superiore a quella dell’euro. Tuttavia, il GBP/USD è arretrato di circa 90 pips dai massimi di 1,3454, tornando in area 1,3360.
L’EUR/GBP ha toccato l’area di 0,8500 prima di rimbalzare di una trentina di pips, pur mantenendo un trend di fondo ancora ribassista.
Sorprende il recupero dell’EUR/CHF nonostante l’aumento dell’avversione al rischio. L’area di 0,9270 rappresenta la resistenza chiave: un eventuale superamento potrebbe favorire un ritorno verso 0,9340.
Tra le valute oceaniche, l’AUD/USD resta stabile all’interno del range 0,6870-0,6970, mentre il NZD/USD continua a salire grazie all’orientamento restrittivo della politica monetaria della RBNZ, con obiettivo in area 0,5830.
Lo yen rimane sotto pressione, anche se cresce l’attesa per un possibile intervento delle autorità giapponesi e per un futuro rialzo dei tassi d’interesse.
ORO STABILE
Martedì l’oro si è mantenuto intorno ai 4.000 dollari l’oncia, dopo un calo di quasi il 3% nella seduta precedente.
Il mercato ha reagito al ripristino del blocco navale relativo alle navi iraniane in transito nello Stretto di Hormuz da parte del presidente Donald Trump e alla richiesta di un contributo economico ai Paesi che beneficiano della protezione statunitense lungo questa strategica via marittima.
La mossa ha provocato un’impennata dei prezzi del petrolio, riaccendendo le preoccupazioni sull’inflazione e sulle prospettive dei tassi di interesse.
Gli investitori attendono ora i principali dati sull’inflazione statunitense, previsti per il pomeriggio, oltre alla testimonianza del presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, davanti al Congresso degli Stati Uniti.
I mercati prezzano attualmente una probabilità di circa il 51% di un rialzo dei tassi da parte della Fed a settembre, rispetto al 23% di probabilità che i tassi vengano mantenuti invariati.
VOLA L’EXPORT CINESE
Le esportazioni cinesi sono aumentate del 27,0% su base annua, raggiungendo il livello record di 412,39 miliardi di dollari nel giugno 2026.
Il dato ha superato nettamente le aspettative degli analisti, che prevedevano una crescita del 18,2%, e rappresenta una forte accelerazione rispetto all’incremento registrato a maggio.
Si tratta della crescita più rapida da febbraio, sostenuta dalla forte domanda di prodotti tecnologici legati all’intelligenza artificiale e dalla corsa delle aziende a spedire merci verso gli Stati Uniti in vista di possibili nuove tariffe commerciali.
Tra i principali partner commerciali, le esportazioni sono aumentate verso Giappone (+6,9%), Corea del Sud (+42,6%), Stati Uniti (+13,9%), Australia (+29,8%), Taiwan (+43,7%), Unione Europea (+18,5%) e Paesi ASEAN (+24,3%).
Nel primo semestre dell’anno, le esportazioni complessive sono cresciute del 17,6% su base annua, raggiungendo i 2.120 miliardi di dollari.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street resiste, focus su inflazione e bancheI TECNOLOGICI NON MOLLANO
La Borsa di Wall Street ha chiuso la seduta di venerdì 10 luglio 2026 in rialzo, consolidando i guadagni in una sessione caratterizzata dall’attesa per l’avvio della nuova stagione delle trimestrali societarie.
L’S&P 500 ha guadagnato lo 0,42%, mentre il Dow Jones ha registrato un progresso dello 0,27%. Il Nasdaq, dopo la debolezza manifestata nelle prime fasi della seduta, ha recuperato terreno e ha chiuso in territorio positivo.
Gli investitori restano cauti, ma sono pronti a tornare ad assumere rischio qualora i prossimi dati chiave sull’inflazione statunitense e i risultati delle grandi banche offrano indicazioni favorevoli.
La sensazione è che i mercati mantengano, nonostante tutto, fiducia in una possibile soluzione pacifica della crisi mediorientale e che si aspettino quindi un ritorno del risk-on nel breve termine.
Va tuttavia ricordato che, nel frattempo, Stati Uniti e Iran sono tornati a scambiarsi nuovi attacchi missilistici nel corso del weekend, in un contesto di rinnovate tensioni legate allo Stretto di Hormuz.
VALUTE
Sul mercato valutario, il parziale ritorno dell’avversione al rischio (risk-off), sebbene indicatori come il VIX non lo evidenzino chiaramente, sta favorendo un recupero del dollaro.
L’euro si mantiene in area 1,1400 contro il dollaro, senza mostrare particolare slancio. Anche l’USD/JPY si limita a correggere dopo il recente movimento rialzista che aveva portato il cambio oltre quota 162,50, prima del ritorno in area 162,00.
Alla base dell’indebolimento del biglietto verde non vi è stato alcun intervento concertato, bensì una naturale correzione successiva a movimenti ritenuti eccessivi.
L’attenzione della Bank of Japan, della Federal Reserve e delle autorità valutarie giapponesi resta molto elevata e gli interventi verbali a sostegno della valuta si stanno moltiplicando.
Sulle altre principali coppie valutarie si registra invece un’attività contenuta, poiché gli operatori preferiscono attendere le prossime decisioni delle banche centrali prima di assumere nuove posizioni.
Il franco svizzero continua a muoversi in un trading range intorno all’area 0,9200-0,9250, mentre le valute oceaniche attendono indicazioni dalla Fed prima di intraprendere movimenti più direzionali.
PETROLIO
I prezzi del petrolio sembravano destinati a scendere nella parte finale della seduta di venerdì, ma hanno comunque chiuso la settimana in rialzo a causa delle persistenti preoccupazioni per l’approvvigionamento energetico globale legate al conflitto tra Stati Uniti e Iran.
Questa mattina il prezzo del greggio WTI è salito di circa il 4%, superando i 74 dollari al barile e interrompendo una serie negativa di due giorni, dopo che Stati Uniti e Iran si sono scambiati nuovi attacchi missilistici nel fine settimana.
Domenica gli Stati Uniti hanno effettuato il loro quarto attacco in una settimana contro obiettivi iraniani, in risposta a un attacco contro una nave portacontainer battente bandiera cipriota.
Teheran ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato chiuso «fino a nuovo avviso», anche se tale affermazione è stata successivamente smentita dal Comando Centrale degli Stati Uniti.
I prezzi del petrolio hanno recuperato terreno rispetto alla scorsa settimana, poiché le rinnovate ostilità hanno parzialmente compensato le perdite provocate dall’accordo di pace provvisorio tra Stati Uniti e Iran, che aveva alimentato le aspettative di un aumento delle forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente.
L’ultima escalation ha inoltre indebolito le speranze di una ripresa del dialogo diplomatico. Teheran insiste infatti sul fatto che Washington debba prima rispettare gli impegni assunti sul transito attraverso Hormuz e sulla normalizzazione delle esportazioni di petrolio iraniano prima di poter riaprire i negoziati.
GOLD IN RIBASSO
Lunedì l’oro è sceso sotto i 4.070 dollari l’oncia, rimanendo sotto pressione a causa delle rinnovate tensioni in Medio Oriente.
L’aumento dei prezzi del petrolio ha infatti alimentato i timori di una maggiore inflazione e, di conseguenza, le aspettative di un possibile incremento dei tassi di interesse.
Questa è la settimana dei dati sull’inflazione statunitense, indicatori fondamentali per comprendere meglio l’evoluzione della politica monetaria della Federal Reserve.
Attualmente i mercati continuano a scontare la possibilità di un ulteriore rialzo dei tassi entro la fine dell’anno.
Nel frattempo, il presidente della Fed, Kevin Warsh, dovrebbe comparire per la prima volta davanti al Congresso degli Stati Uniti nella giornata di martedì.
NUOVA ZELANDA
L’indice composito BusinessNZ è salito a 53,6 punti nel mese di giugno 2026, rispetto al dato di maggio rivisto al rialzo a 49,9.
Il dato segna il ritorno all’espansione del settore privato per la prima volta da gennaio e rappresenta la crescita più intensa da dicembre 2025, grazie alla ripresa del comparto dei servizi e all’accelerazione del settore manifatturiero, che ha registrato il ritmo di crescita più sostenuto da luglio 2021.
L’attività manifatturiera è cresciuta nonostante le persistenti pressioni derivanti dagli elevati prezzi del carburante, con tutti i principali sottoindici rimasti in territorio espansivo.
Anche il comparto dei servizi è tornato a crescere, sostenuto dall’aumento dei nuovi ordini e dal miglioramento delle consegne dei fornitori.
Sul mercato valutario, il dollaro neozelandese sembra finalmente uscire dal lungo periodo di stagnazione che lo aveva caratterizzato negli ultimi mesi.
I primi obiettivi rialzisti sono collocati in area 0,5820-0,5840; il successivo target si trova a quota 0,6000, livello che rappresenta un vero e proprio crocevia per l’avvio di una fase di apprezzamento più duratura.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Tecnologici resilienti, dollaro sotto pressioneI TECNOLOGICI NON MOLLANO
Wall Street ha chiuso la seduta di ieri in territorio positivo, trainata dal comparto tecnologico. I listini americani hanno saputo resistere alle forti pressioni geopolitiche e alla volatilità dei prezzi del petrolio legata alle tensioni in Medio Oriente.
Il Dow Jones ha terminato la giornata a +0,26%, il Nasdaq a +1,30% e l’S&P 500 a +0,81%.
Nella notte, i mercati azionari asiatici hanno seguito l’intonazione positiva di Wall Street, sostenuti dal rally dei titoli dei semiconduttori, che ha rafforzato il sentiment degli investitori. Anche il calo dei prezzi del petrolio ha fornito ulteriore supporto.
Gli indici tecnologici di Giappone e Corea del Sud hanno guidato i rialzi regionali, mentre gli investitori continuano a privilegiare i produttori di chip e i titoli legati all’intelligenza artificiale.
VALUTE
Venerdì l’indice del dollaro è sceso nuovamente, estendendo le perdite per la terza sessione consecutiva. A pesare sulla valuta statunitense sono state le notizie secondo cui Stati Uniti e Iran continueranno i negoziati di pace nonostante la recente escalation delle ostilità, riducendo così la domanda di beni rifugio.
L’EUR/USD sta cercando faticosamente di recuperare terreno, con l’area di 1,1480 che rappresenta una resistenza chiave. Nel frattempo, l’USD/JPY è sceso sotto quota 162,00, toccando un minimo a 161,30.
Non si tratta ancora di un intervento ufficiale sul mercato valutario e il movimento appare piuttosto riconducibile a una debolezza generalizzata del dollaro, favorita dal ritorno delle speranze di pace in Medio Oriente.
Anche il calo dei prezzi del petrolio ha contribuito ad attenuare i timori inflazionistici e a ridurre le aspettative di un inasprimento aggressivo della politica monetaria, sebbene i mercati continuino a scontare almeno un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve nel corso dell’anno.
Nel frattempo, il presidente della Fed di New York, John Williams, ha affermato che tra i principali fattori che alimentano l’inflazione negli Stati Uniti vi è la domanda sostenuta dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale.
Tra le altre valute, si segnala il recupero del dollaro neozelandese, in particolare contro il dollaro australiano, ma anche nei confronti del dollaro statunitense. Possibili target di medio termine vengono individuati nell’area di 0,6000.
RENDIMENTI DEI TITOLI GIAPPONESI
Venerdì il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni è sceso di circa 10 punti base, al 2,77%, allontanandosi dai massimi degli ultimi trent’anni.
Il movimento è seguito alle dichiarazioni del ministro delle Finanze, Satsuki Katayama, secondo cui il governo incoraggerà i fondi pensione nazionali ad aumentare la propria esposizione verso gli asset finanziari giapponesi.
Le dichiarazioni arrivano dopo diverse sedute caratterizzate da un rialzo dei rendimenti, alimentato dalle crescenti preoccupazioni per i piani di espansione fiscale del Paese e dalle persistenti pressioni inflazionistiche.
Recentemente il governo giapponese ha presentato una bozza di piano d’azione che prevede oltre 370 trilioni di yen di investimenti pubblici e privati entro l’anno fiscale 2040 in 17 settori strategici considerati prioritari dall’amministrazione Takaichi.
I rendimenti obbligazionari hanno inoltre beneficiato del calo dei prezzi del petrolio, favorito dalle notizie relative alla prosecuzione dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Un fattore particolarmente rilevante per il Giappone, economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e dal greggio proveniente dal Medio Oriente.
LE MINUTE BCE
Secondo i verbali dell’ultima riunione, i membri del Consiglio direttivo della BCE hanno concordato sulla necessità di evitare indicazioni troppo precise sull’evoluzione dei tassi di interesse dopo il primo rialzo di giugno dal 2023, citando l’elevato livello di incertezza economica.
I funzionari hanno sottolineato che la comunicazione dovrà rimanere neutrale, evitando sia di preannunciare una serie di ulteriori rialzi sia di presentare l’ultima decisione come un evento isolato.
Il Consiglio direttivo ha ribadito il proprio approccio basato sui dati, con valutazioni effettuate riunione per riunione, confermando l’impegno a riportare l’inflazione verso il target del 2%.
Allo stesso tempo, è stato evidenziato come prezzi energetici persistentemente elevati possano continuare ad alimentare le pressioni inflazionistiche.
I membri del Consiglio hanno inoltre confermato che monitoreranno attentamente inflazione, salari, domanda interna, condizioni finanziarie e sviluppi dei mercati.
I mercati attribuiscono ora circa il 70% di probabilità a un rialzo dei tassi a settembre. L’ultima impennata dei prezzi del petrolio, in seguito ai rinnovati attacchi tra Stati Uniti e Iran, ha infatti compensato il tono relativamente accomodante espresso dai funzionari della BCE durante il forum di Sintra, dove era stata segnalata una minore urgenza di ulteriori strette monetarie.
PETROLIO
In apertura dei mercati asiatici, il prezzo del petrolio greggio si è mantenuto intorno ai 72 dollari al barile, dopo una flessione di circa il 2% registrata nella sessione precedente.
La discesa è stata favorita dalle notizie relative alla prosecuzione dei negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran.
Nonostante ciò, il benchmark statunitense WTI resta avviato verso un rialzo settimanale superiore al 4%, sostenuto dalle tensioni geopolitiche nell’area.
Le forze statunitensi hanno infatti condotto attacchi contro obiettivi iraniani per due giorni consecutivi, in risposta ai recenti attacchi contro navi nello Stretto di Hormuz. Teheran ha quindi reagito colpendo basi statunitensi presenti nella regione.
Anche il presidente Donald Trump ha espresso dubbi sulla tenuta dell’accordo di pace provvisorio dopo la ripresa dei combattimenti, dichiarando che l’intesa aveva sostanzialmente fallito.
Nel corso della settimana il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz ha registrato un significativo rallentamento. I mercati continuano pertanto a monitorare attentamente l’evoluzione della situazione per valutare se i flussi commerciali torneranno gradualmente alla normalità.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street in calo, petrolio e dollaro in rialzoWALL STREET DISTRIBUISCE
La seduta di Wall Street dell'8 luglio 2026 si è chiusa in modo contrastato, fortemente condizionata dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran.
I principali indici azionari statunitensi hanno terminato la giornata in territorio negativo: il Dow Jones ha perso l'1,09%, l'S&P 500 lo 0,28% e il Nasdaq lo 0,20%.
La fragile tregua in Medio Oriente non ha retto e ha innescato un'ondata di vendite sui mercati finanziari. Dal vertice NATO in Turchia, il presidente Donald Trump ha dichiarato ufficialmente concluso l'accordo provvisorio con l'Iran, annunciando nuovi raid aerei.
L'escalation del conflitto ha provocato un immediato rialzo dei prezzi del greggio e dei rendimenti dei Treasury statunitensi, con il decennale salito al 4,58%.
I titoli petroliferi e quelli del comparto energetico sono in forte rialzo questa mattina, sostenuti dai timori di una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz. Il petrolio è tornato sopra quota 74 dollari per il WTI e 78 dollari per il Brent.
I verbali della Fed, pubblicati ieri sera, evidenziano come gli investitori siano rimasti cauti anche dopo la diffusione dei verbali del FOMC, i primi sotto la guida del nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh.
VALUTE
Giovedì l'indice del dollaro si è mantenuto vicino a quota 101, confermando la tendenza rialzista settimanale grazie al rinnovato conflitto in Medio Oriente, che ha sostenuto la domanda di valuta rifugio.
L'esercito statunitense ha confermato di aver effettuato attacchi contro l'Iran per il secondo giorno consecutivo, mentre Teheran ha minacciato una rappresaglia su larga scala contro le basi militari americane presenti nella regione.
Le ultime ostilità hanno spinto al rialzo i prezzi del petrolio, alimentando i timori inflazionistici e rafforzando le aspettative di tassi d'interesse elevati per un periodo prolungato.
Nel frattempo, i verbali della riunione di giugno della Federal Reserve hanno mostrato che solo pochi membri del comitato di politica monetaria erano favorevoli a un aumento dei tassi, pur esprimendo una crescente preoccupazione per l'inflazione.
I mercati continuano a scontare almeno un rialzo dei tassi da parte della Fed entro la fine del 2026. Gli investitori attendono ora i dati settimanali sulle richieste di sussidi di disoccupazione per ottenere nuove indicazioni sulle prospettive della politica monetaria.
L'EUR/USD è rimasto ancorato tra 1,1390 e 1,1450, senza momentum rialzista e incapace di recuperare terreno dopo diversi giorni di vendite sulla moneta unica.
Il Cable (GBP/USD) si mantiene forte ed è arrivato fino a quota 1,3400. In realtà, la sterlina beneficia soprattutto della debolezza dell'EUR/GBP, che si è avvicinato ai target di medio termine in area 0,8490.
Le valute oceaniche restano deboli, sebbene stiano tentando un recupero. In particolare, il NZD/USD si avvicina alla resistenza chiave di 0,5760, sostenuto dal rialzo della RBNZ e dalle rinnovate aspettative di ulteriori aumenti del costo del denaro.
Il franco svizzero rimane stabile a 0,9220 contro euro e a 0,8070 contro dollaro.
Infine, lo yen giapponese oscilla tra 161,60 e 162,60 in attesa delle prossime mosse della Bank of Japan, che continua a mantenere un atteggiamento attendista. Il massimo recente è stato registrato a 162,70 e non si può escludere un'ulteriore estensione del rialzo.
GOLD SOTTO PRESSIONE
Giovedì l'oro è stato scambiato sotto quota 4.100 dollari l'oncia, in area 4.070, registrando un calo per la seconda sessione consecutiva.
A pesare sul metallo giallo sono stati i timori che il rinnovato conflitto in Medio Oriente possa interrompere le forniture energetiche e intensificare le pressioni inflazionistiche.
Il presidente Donald Trump ha affermato che il cessate il fuoco deve considerarsi concluso e ha minacciato ulteriori attacchi contro l'Iran, oltre all'introduzione di nuove misure restrittive.
Nel frattempo, i verbali della riunione di giugno della Federal Reserve hanno evidenziato che solo pochi membri del comitato erano favorevoli a un aumento dei tassi, nonostante le crescenti preoccupazioni per l'inflazione.
I mercati continuano a prezzare almeno un rialzo dei tassi da parte della Fed entro la fine del 2026.
Dal punto di vista tecnico, il metallo prezioso non sembra aver concluso la propria fase ribassista e potrebbe spingersi nuovamente verso il doppio minimo in area 3.950 dollari. Al di sotto si trova il supporto di 3.870 dollari, minimo registrato il 28 ottobre 2025.
Sotto tale livello si aprirebbero spazi per ulteriori ribassi, con un possibile obiettivo in area 3.500 dollari.
PETROLIO
Questa mattina il prezzo del petrolio WTI ha superato i 74 dollari al barile, segnando la terza sessione consecutiva di rialzo.
L'esercito statunitense ha infatti confermato di aver condotto attacchi contro l'Iran per il secondo giorno consecutivo, aumentando le tensioni geopolitiche e alimentando le preoccupazioni per le forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente.
La ripresa delle ostilità ha riacceso i timori che il fallimento dell'accordo di pace provvisorio tra Stati Uniti e Iran possa compromettere nuovamente le forniture globali di petrolio, con lo Stretto di Hormuz che resta al centro dell'attenzione.
Dal punto di vista tecnico, il petrolio è tornato in una fase di accumulazione, con possibili estensioni rialziste verso 79,30 e successivamente 84,30 dollari, aree di swing particolarmente rilevanti.
Solo un ritorno sotto quota 71,50 riporterebbe in primo piano uno scenario di trend ribassista.
VERBALI DEL FOMC
Secondo i verbali della riunione del FOMC di giugno 2026, i funzionari della Federal Reserve si sono mostrati divisi sul futuro percorso dei tassi di interesse e hanno discusso diversi scenari relativi all'evoluzione dell'economia e della politica monetaria.
I partecipanti hanno generalmente valutato che i rischi al rialzo per l'inflazione rimangano elevati. Alcuni hanno osservato che, alla luce degli sviluppi recenti, potrebbero sussistere le condizioni per un ulteriore aumento dei tassi.
La maggior parte dei partecipanti ha inoltre delineato scenari nei quali, in presenza di un mercato del lavoro stabile, l'inflazione potrebbe restare elevata a causa della forte domanda legata all'intelligenza artificiale, del conflitto in Medio Oriente e degli effetti dei dazi commerciali.
In tali circostanze, quasi tutti i partecipanti hanno ritenuto probabile la necessità di un ulteriore inasprimento della politica monetaria per riportare l'inflazione verso il target del 2%.
Tuttavia, nello scenario ritenuto più probabile, molti funzionari si aspettano che i tassi di interesse chiudano l'anno agli attuali livelli o leggermente al di sotto.
A giugno, la Federal Reserve ha mantenuto invariato il tasso sui Federal Funds nel range compreso tra il 3,50% e il 3,75%, in linea con le attese del mercato.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
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Wall Street debole tra dazi, petrolio e inflazioneWALL STREET CONTRASTATA
Martedì gli indici azionari statunitensi hanno chiuso in territorio contrastato. L’S&P 500 ha perso lo 0,22%, mentre il Nasdaq 100 ha registrato un calo dello 0,83%. In controtendenza, il Dow Jones è salito dello 0,20%, raggiungendo un nuovo massimo storico.
A innescare le vendite nel comparto tecnologico è stata la pubblicazione dei risultati trimestrali del colosso coreano Samsung. Nonostante utili record superiori alle attese, i dati hanno alimentato i timori degli analisti che il boom legato all’intelligenza artificiale possa rallentare a causa della normalizzazione delle catene di approvvigionamento.
La notizia ha colpito il settore dei semiconduttori quotato a New York. Micron, SanDisk e Applied Materials hanno registrato perdite comprese tra l’8% e il 10%.
SpaceX ha ceduto il 6%, nonostante l’inclusione nel Nasdaq 100.
I listini sono stati inoltre penalizzati dall’aumento dei rendimenti obbligazionari, dopo che gli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz hanno riacceso i timori di una nuova fiammata dell’inflazione energetica.
VALUTE
Il dollaro statunitense si rafforza nuovamente in seguito alle rinnovate tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran, causate da un attacco dei Pasdaran contro navi in transito nello Stretto di Hormuz, tra cui un’imbarcazione qatariota e una petroliera saudita.
L’USD/JPY è tornato con decisione sopra quota 162,00, mentre la speculazione continua a mettere sotto pressione la Bank of Japan in un contesto particolarmente complesso.
L’EUR/USD è tornato in prossimità dell’area di supporto di 1,1400, mentre il GBP/USD (Cable) ha corretto verso quota 1,3350.
L’AUD/USD continua a muoversi nel range compreso tra 0,6860 e 0,6960, mentre il dollaro neozelandese si rafforza dopo il rialzo dei tassi da parte della Reserve Bank of New Zealand (RBNZ).
La banca centrale neozelandese ha aumentato il tasso ufficiale di riferimento di 25 punti base, portandolo al 2,50% nella riunione di luglio. Si tratta del primo rialzo degli ultimi tre anni e la decisione era ampiamente attesa dai mercati.
L’obiettivo della RBNZ è riportare l’inflazione verso il target del 2%, limitando al contempo gli effetti negativi sull’economia. La banca centrale ha evidenziato come la parziale riapertura dello Stretto di Hormuz abbia contribuito a ridurre i prezzi di petrolio, gas e prodotti petrolchimici, attenuando temporaneamente le pressioni inflazionistiche.
Secondo le stime dell’istituto, l’inflazione dovrebbe scendere dal 3,9% registrato nel secondo trimestre del 2026 a circa il 2% nei prossimi dodici mesi.
Il Comitato, tuttavia, ha avvertito che gli effetti dello shock energetico potrebbero persistere. Tra i principali rischi a medio termine figurano l’adeguamento dei prezzi da parte delle imprese, la ricostruzione dei margini e un possibile indebolimento del tasso di cambio.
L’economia neozelandese ha perso slancio nel trimestre terminato a giugno a causa dell’aumento dei costi energetici, ma si prevede una ripresa dell’attività economica nel trimestre di settembre grazie al calo dei prezzi dei carburanti e al miglioramento della fiducia.
I responsabili della politica monetaria hanno inoltre sottolineato che ulteriori rialzi dei tassi restano possibili e dipenderanno dall’evoluzione dei dati macroeconomici.
DEFICIT USA
Il deficit commerciale degli Stati Uniti si è ampliato significativamente a maggio 2026, raggiungendo i 77,6 miliardi di dollari rispetto ai 54,6 miliardi di aprile (dato rivisto). Il risultato è sostanzialmente in linea con le attese del mercato, che prevedevano un disavanzo di 78,5 miliardi.
Si tratta del livello più elevato da marzo 2025.
Le importazioni sono aumentate del 3,3%, raggiungendo 395,3 miliardi di dollari, il valore più alto degli ultimi dodici mesi. L’incremento è stato trainato soprattutto dagli acquisti di beni di consumo, in particolare prodotti farmaceutici e telefoni cellulari, oltre che da petrolio greggio e autovetture.
Le esportazioni, invece, sono diminuite del 3,2%, attestandosi a 317,7 miliardi di dollari. A pesare sono state soprattutto le minori spedizioni di oro non monetario e altri metalli preziosi, computer e accessori informatici, nonché beni di consumo, in particolare prodotti farmaceutici.
I dati di maggio suggeriscono che il contributo delle esportazioni nette al PIL del secondo trimestre potrebbe essere più negativo rispetto a quanto registrato nel primo trimestre.
Resta inoltre elevata l’incertezza legata alla politica commerciale, mentre l’amministrazione Trump prosegue con misure tariffarie alternative e con il passaggio a revisioni commerciali annuali nei confronti di Canada e Messico.
PETROLIO
Mercoledì il prezzo del petrolio greggio ha superato i 72 dollari al barile, registrando un rialzo superiore al 5% dall’inizio della settimana.
A sostenere le quotazioni sono stati i nuovi raid aerei condotti dagli Stati Uniti in Iran e la revoca della deroga che consentiva a Teheran di esportare petrolio sui mercati globali.
Il riacutizzarsi delle tensioni mette a rischio il fragile accordo di pace tra Stati Uniti e Iran e riporta al centro dell’attenzione il rischio di nuove interruzioni delle forniture energetiche mondiali.
Le tensioni hanno inoltre scoraggiato armatori e produttori regionali dall’utilizzare lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi del commercio energetico globale.
L’escalation rappresenta un netto cambio di scenario rispetto alle precedenti aspettative di un eccesso di offerta, alimentate dall’aumento delle quote produttive dell’OPEC+ e dalla maggiore produzione dei paesi mediorientali.
INFLAZIONE USA
Negli Stati Uniti, le aspettative di inflazione media per i successivi dodici mesi sono aumentate di 0,2 punti percentuali a giugno 2026, raggiungendo il 3,7%, il livello più alto da settembre 2023.
Anche le aspettative a tre anni sono salite di 0,2 punti, attestandosi al 3,3%, il valore più elevato da giugno 2022.
Le aspettative di inflazione a cinque anni sono invece rimaste stabili al 3,0%.
Parallelamente, le attese sull’aumento dei prezzi della benzina sono diminuite di 3,5 punti percentuali, scendendo all’1,5%, il livello più basso da agosto 2022.
GOLD: RIBASSO PREVEDIBILE
Mercoledì l’oro si è attestato intorno ai 4.100 dollari l’oncia, dopo aver perso oltre l’1% nella seduta precedente.
Il movimento è seguito ai nuovi attacchi aerei statunitensi contro l’Iran e alle recenti tensioni nel traffico marittimo dello Stretto di Hormuz.
La nuova escalation geopolitica ha contribuito a sostenere i prezzi del petrolio, aumentando i timori inflazionistici e rafforzando le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi di interesse.
Gli Stati Uniti hanno inoltre revocato una deroga che consentiva all’Iran di esportare greggio sui mercati globali. Contestualmente, le recenti ostilità hanno ridotto il traffico commerciale attraverso Hormuz, aumentando il rischio di nuove interruzioni nelle forniture energetiche mondiali.
In questo contesto, il mercato sta rivalutando le prospettive di politica monetaria, elemento che ha contribuito alla pressione ribassista sul metallo prezioso.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street in rally, focus su Fed e petrolioWALL STREET, TORNA L’EUFORIA
Chiusura in forte rialzo per Wall Street, trainata dal rimbalzo del settore tecnologico e dei semiconduttori.
Il Dow Jones ha registrato un nuovo record storico, superando e chiudendo per la prima volta sopra la soglia psicologica dei 53.000 punti. I tre principali indici azionari statunitensi hanno terminato le contrattazioni in territorio positivo, con il Nasdaq Composite in rialzo dell’1,12%, a guidare i guadagni grazie al rinnovato entusiasmo per l’intelligenza artificiale.
L’S&P 500, dal canto suo, ha messo a segno un +0,72%, avvicinandosi ai massimi storici. Il Dow Jones ha invece chiuso a +0,29%, registrando il suo ventunesimo record dell’anno.
Dopo le forti vendite di fine giugno, i titoli legati ai semiconduttori sono tornati a correre. Tra le blue chip si sono distinte le ottime performance di IBM (+3,39%), Goldman Sachs (+2,89%) e Boeing (+2,83%).
In calo, invece, i titoli farmaceutici e dei beni di consumo, con Amgen (-2,62%), Nike (-2,31%) e Procter & Gamble (-2,30%) tra i peggiori.
Nel frattempo, gli investitori restano cautamente ottimisti in vista della pubblicazione dei verbali della riunione di giugno della Federal Reserve, prevista per mercoledì, la prima sotto la guida del nuovo presidente Kevin Warsh.
VALUTE
Nel mercato valutario il dollaro resta sotto pressione. Il Dollar Index si mantiene al di sotto della soglia di 101 punti, penalizzato dal ridimensionamento delle aspettative degli investitori su un possibile rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, dopo la pubblicazione di dati sul mercato del lavoro inferiori alle attese (ADP e NFP).
I dati diffusi la scorsa settimana hanno evidenziato un rallentamento della crescita occupazionale a giugno, accompagnato da revisioni al ribasso delle retribuzioni dei due mesi precedenti.
I mercati prezzano ora una probabilità di circa il 50% di un aumento dei tassi da parte della Fed a settembre, in calo rispetto ai circa due terzi registrati prima della pubblicazione degli ultimi dati sull’occupazione.
L’attenzione degli investitori è ora rivolta ai verbali della riunione di politica monetaria di giugno della Fed, dai quali si attendono indicazioni sulle future mosse dei tassi d’interesse. Sotto osservazione anche i dati sul deficit commerciale statunitense, attesi nella giornata odierna.
Il dollaro si è indebolito nei confronti della maggior parte delle principali valute, pur restando vicino ai massimi degli ultimi quarant’anni contro lo yen giapponese.
L’EUR/USD oscilla tra 1,1400 e 1,1450, mentre l’USD/JPY è sceso leggermente dai massimi di ieri a 162,40, tornando nell’area di 161,80, nonostante l’assenza di interventi da parte della Bank of Japan.
Il mercato appare sostanzialmente cristallizzato sui livelli attuali, in attesa di nuovi elementi in grado di indirizzare i prezzi.
Sul mercato COT, le posizioni sullo yen restano fortemente negative e orientate al ribasso. I contratti long su USD/JPY ammontano a quasi 18 miliardi di dollari nei soli futures, equivalenti a circa 350 miliardi considerando anche spot e swap dei mercati non regolamentati.
Recuperano terreno anche le valute oceaniche, sebbene restino ancora al di sotto delle principali resistenze tecniche.
ANCORA PRESSIONE SUL PETROLIO
Il WTI resta stabile, pur mantenendosi vicino ai minimi del periodo, con quotazioni attorno ai 69 dollari al barile e sui livelli più bassi degli ultimi quattro mesi.
Continuano a pesare sui prezzi le aspettative di un incremento dell’offerta globale, mentre il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz prosegue il suo graduale ritorno alla normalità.
Secondo alcune fonti, almeno otto navi collegate al Giappone hanno attraversato il strategico passaggio marittimo lungo una rotta vicina all’Iran, tra cui cinque superpetroliere capaci di trasportare fino a 2 milioni di barili di greggio ciascuna.
Nel frattempo, Saudi Aramco ha ridotto di 11 dollari al barile il prezzo del greggio Arab Light destinato agli acquirenti asiatici per il prossimo mese, portandolo a uno sconto di 1,50 dollari rispetto al benchmark regionale, segnale di condizioni di mercato più favorevoli sul fronte dell’offerta.
Le ultime due occasioni in cui la compagnia saudita ha adottato una politica di forti sconti sui prezzi risalgono alle guerre del petrolio del 2020 e del 2015.
La decisione è arrivata dopo che i membri dell’OPEC+, guidati dall’Arabia Saudita, hanno concordato nel fine settimana un aumento delle quote produttive per il prossimo mese, rafforzando ulteriormente le aspettative di una maggiore disponibilità di greggio sul mercato globale.
GOLD CONSOLIDA
Martedì l’oro è sceso sotto i 4.150 dollari l’oncia, pur conservando gran parte dei guadagni accumulati la scorsa settimana.
Gli operatori attendono la pubblicazione dei verbali della riunione di giugno della Federal Reserve per ottenere nuove indicazioni sulle prospettive dei tassi d’interesse.
I dati diffusi la scorsa settimana hanno mostrato un rallentamento della crescita dell’occupazione e revisioni al ribasso dei salari dei due mesi precedenti, inducendo i mercati a ridimensionare le aspettative di un rialzo dei tassi nel breve termine.
Attualmente gli operatori attribuiscono circa il 50% di probabilità a un aumento dei tassi a settembre, rispetto a quasi due terzi prima dell’ultimo rapporto sull’occupazione.
In questo contesto, il metallo giallo potrebbe tornare a risultare particolarmente interessante, grazie al calo dei rendimenti obbligazionari.
L’oro ha inoltre beneficiato della flessione dei prezzi del petrolio e della progressiva normalizzazione del traffico nello Stretto di Hormuz.
Dal punto di vista tecnico, l’area dei 3.950 dollari rappresenta il supporto chiave da preservare. Una tenuta sopra tale livello manterrebbe aperto lo scenario di accumulazione, con potenziali obiettivi in area 4.550 e successivamente 4.880 dollari l’oncia.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Mercati in ripartenza tra Fed, petrolio e valuteRIPARTONO I MERCATI DOPO LA SOSTA
Il mese di luglio, dal punto di vista delle notizie economiche e finanziarie, inizia di fatto oggi, lunedì 6.
I mercati si sono rasserenati, soprattutto dopo la firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran per un cessate il fuoco duraturo e, in particolare, in seguito alla riapertura dello Stretto di Hormuz, che ha registrato un significativo aumento del traffico di petroliere.
I prezzi dell’energia sono crollati. Tuttavia, questo non ha generato una discesa dei rendimenti dei titoli di Stato, che continuano invece a segnalare una certa probabilità che le banche centrali possano mantenere un orientamento restrittivo e, se necessario, aumentare ulteriormente il costo del denaro nel prossimo autunno.
La Federal Reserve pubblicherà i verbali della riunione di giugno, offrendo ulteriori spunti di riflessione su un FOMC ancora diviso. Sul fronte macroeconomico, l’attenzione sarà rivolta all’indice ISM dei servizi e ai dati della bilancia commerciale statunitense.
Anche la BCE pubblicherà le minute dell’ultima riunione di politica monetaria. Germania e Italia diffonderanno i dati sulla produzione industriale, mentre la Germania si unirà alla Francia nella pubblicazione dei dati sul commercio estero.
In Giappone, una settimana ricca di statistiche economiche sarà caratterizzata dalla pubblicazione dei dati relativi alla spesa delle famiglie, agli ordini di macchine utensili, ai prezzi alla produzione e al saldo delle partite correnti, in un contesto di forte pressione sullo yen e sui titoli di Stato giapponesi.
Da non dimenticare anche la pubblicazione dell’inflazione in Cina. In Oceania, invece, l’attenzione sarà concentrata sulla decisione della RBNZ in materia di tassi d’interesse.
VALUTE
Sul mercato valutario, il dollaro ha perso terreno a causa dell’aumento delle probabilità che la Federal Reserve riduca le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi, soprattutto dopo il crollo dei prezzi del petrolio.
L’indice del dollaro è rimasto sotto quota 101 lunedì, dopo aver registrato perdite settimanali legate a dati sul mercato del lavoro statunitense inferiori alle attese e al calo dei prezzi del greggio, fattori che hanno indotto gli operatori a ridimensionare le aspettative di una politica monetaria più restrittiva.
I dati pubblicati la scorsa settimana hanno mostrato un incremento di soli 57.000 posti di lavoro non agricoli negli Stati Uniti nel mese di giugno, il dato più debole degli ultimi quattro mesi e nettamente inferiore alle previsioni di 110.000 unità.
Anche il petrolio ha registrato una leggera flessione, poiché la ripresa dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz e la prospettiva di un aumento della produzione OPEC+ hanno alimentato i timori di un possibile eccesso di offerta.
L’EUR/USD è salito da 1,1320 a 1,1470, per poi correggere leggermente in attesa di nuove indicazioni dal mercato. Va tuttavia sottolineato che la moneta unica non sembra ancora avere la forza necessaria per rompere al rialzo in modo deciso. La soglia di 1,1500 potrebbe quindi rappresentare una resistenza particolarmente difficile da superare.
Il cambio GBP/USD (Cable) si mantiene in area 1,3340, sostenuto dagli acquisti di sterline contro euro. Di conseguenza, l’EUR/GBP potrebbe scendere verso l’obiettivo di 0,8490.
Il tema centrale del mercato valutario resta però lo yen giapponese. Per il momento, la valuta nipponica non riesce a rafforzarsi in modo significativo, nonostante le minacce d’intervento della Bank of Japan. Il cambio USD/JPY è tornato in area 162,00 dopo una fase di recupero dello yen che aveva portato il mercato a testare la resistenza di 160,50, sostenuto dai ripetuti price checking della banca centrale, senza tuttavia alcuna conferma ufficiale di interventi diretti sul mercato.
La sfida tra gli operatori speculativi — con posizioni lunghe stimate in circa 400 miliardi di dollari sulla base del COT e dei mercati futures, e conseguentemente anche sul mercato spot — e la banca centrale resta aperta, nella consapevolezza che la Federal Reserve potrebbe eventualmente supportare le autorità giapponesi.
PETROLIO
Lunedì il petrolio greggio viene scambiato sotto i 69 dollari al barile, mantenendosi vicino ai minimi registrati dalla fine di febbraio.
La ripresa dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz e le aspettative di una maggiore produzione da parte dell’OPEC+ hanno infatti alimentato i timori di un potenziale eccesso di offerta.
I membri dell’OPEC+ hanno approvato un ulteriore e moderato aumento delle quote produttive per il prossimo mese. Sette Paesi, guidati da Arabia Saudita e Russia, hanno concordato un incremento della produzione pari a 188.000 barili al giorno.
La decisione riflette la maggiore fiducia del gruppo nelle condizioni del mercato energetico, favorita dalla progressiva stabilizzazione della situazione geopolitica in Medio Oriente.
Anche i principali produttori del Golfo Persico hanno aumentato l’offerta. Le esportazioni dell’Arabia Saudita si sono avvicinate ai livelli precedenti al conflitto, mentre gli Emirati Arabi Uniti, che avevano temporaneamente lasciato l’OPEC durante la crisi, hanno ripristinato le spedizioni.
Nel frattempo, il traffico delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz ha mostrato evidenti segnali di normalizzazione dopo le anomalie registrate nei giorni precedenti, quando diverse navi avevano effettuato inversioni di rotta e deviazioni lungo una delle più importanti arterie energetiche mondiali.
ORO
Questa mattina l’oro ha corretto di circa 50 dollari dopo aver testato i 4.200 dollari l’oncia, mantenendo comunque gran parte dei guadagni accumulati nella scorsa settimana.
I dati sul lavoro statunitense inferiori alle attese e il calo dei prezzi del petrolio hanno infatti spinto gli operatori a ridimensionare le aspettative di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve.
Anche la diminuzione del prezzo del greggio, favorita dalla riapertura dello Stretto di Hormuz e dalla prospettiva di un aumento dell’offerta OPEC+, ha contribuito ad attenuare le pressioni inflazionistiche che in precedenza avevano sostenuto le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi, penalizzando il metallo giallo.
I dati pubblicati la scorsa settimana hanno evidenziato che i nuovi occupati non agricoli negli Stati Uniti sono aumentati di sole 57.000 unità a giugno, il livello più basso degli ultimi quattro mesi e ben inferiore alle attese di mercato, pari a 110.000 unità.
Questo ha spinto gli operatori a ridurre le proprie scommesse su un rialzo dei tassi a settembre. Secondo il CME FedWatch Tool, la probabilità di un aumento dei tassi è scesa al 50%, rispetto al 66% registrato prima della pubblicazione del rapporto sul lavoro.
Dal punto di vista tecnico, l’oro si trova in una fase di accumulazione particolarmente interessante, che potrebbe aprire la strada a un ritorno verso le aree di 4.350 e successivamente 4.600 dollari l’oncia. Prima di un nuovo movimento rialzista, tuttavia, non è escluso un test di un minimo significativo in prossimità del supporto chiave situato nell’area di 3.810-3.820 dollari.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street mista, dollaro debole e oro in rialzoWALL STREET MISTA, NFP IN CALO
I principali indici di Wall Street hanno chiuso la seduta di ieri con un andamento contrastato. Da un lato, i dati macroeconomici sul lavoro, inferiori alle attese, hanno allontanato l’ipotesi di nuovi rialzi dei tassi da parte della Fed; dall’altro, il comparto tecnologico è stato penalizzato da diffuse prese di profitto.
La giornata ha segnato un nuovo record storico per il Dow Jones, mentre il Nasdaq ha terminato gli scambi in territorio negativo. Il Dow Jones ha chiuso in rialzo dell’1,14%, dopo aver toccato un nuovo massimo storico. L’S&P 500 ha invece terminato la seduta sostanzialmente invariato, replicando quanto già accaduto due giorni prima, mentre il Nasdaq ha perso lo 0,8%.
Sul fronte macroeconomico, i dati sui Non-Farm Payrolls hanno evidenziato un rallentamento del mercato del lavoro statunitense, con un incremento di appena 57 mila occupati, ben al di sotto delle attese di 114 mila e inferiore anche al dato precedente di maggio, pari a 129 mila unità.
Questo rallentamento, unito ai deboli dati ADP pubblicati nei giorni precedenti, conferma il progressivo raffreddamento dell’economia statunitense e contribuisce ad attenuare le pressioni inflazionistiche. Tra i vari comparti, il settore tecnologico è stato quello più penalizzato, a causa di diffuse prese di beneficio.
NIKKEI
Venerdì l’indice Nikkei 225 è salito dello 0,7%, recuperando le perdite iniziali grazie ai dati sull’occupazione statunitense, risultati inferiori alle attese.
Il rapporto sul lavoro, più debole del previsto, ha contribuito a compensare le persistenti preoccupazioni legate al settore dell’intelligenza artificiale, dove gli investitori continuano a interrogarsi sulla sostenibilità di investimenti sempre più ingenti e di valutazioni particolarmente elevate nel lungo periodo.
Nel frattempo, l’apprezzamento di quasi l’1% dello yen registrato giovedì, alimentato dalle speculazioni su un possibile intervento delle autorità giapponesi sul mercato valutario, ha continuato a rappresentare un fattore di pressione per il mercato azionario domestico.
VALUTE
Il dollaro continua a indebolirsi, entrato in una fase negativa dopo la pubblicazione di dati macroeconomici deludenti.
L’indice del dollaro si è mantenuto sotto quota 101, dopo il forte calo della sessione precedente, in seguito a dati sul mercato del lavoro statunitense inferiori alle aspettative, che hanno spinto gli operatori a ridimensionare le attese di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve.
L’economia statunitense ha creato soltanto 57.000 posti di lavoro a giugno, il dato più basso degli ultimi quattro mesi e nettamente inferiore alle previsioni di 110.000 unità, mentre il tasso di disoccupazione si è attestato al 4,2%. Questo dato segue il rapporto ADP pubblicato mercoledì, che aveva già evidenziato una crescita dell’occupazione privata più debole delle attese.
I future sui Fed Funds indicano ora una probabilità di circa il 50% di un rialzo dei tassi a settembre, in calo rispetto al 67% registrato prima della diffusione degli ultimi dati sul lavoro.
Il presidente della Fed, Kevin Warsh, ha inoltre dichiarato questa settimana che le aspettative d’inflazione stanno mostrando segnali di moderazione, ribadendo al contempo l’impegno della banca centrale nel mantenere la stabilità dei prezzi.
Sul mercato valutario, l’EUR/USD è salito oltre quota 1,1450 e punta all’area di 1,1500, mentre il Cable (GBP/USD) continua la propria corsa verso 1,3450.
L’EUR/GBP ha rotto al ribasso e consolida in area 0,8560. Lo yen, considerato il vero ago della bilancia del mercato valutario, si mantiene stabile dopo i recenti guadagni, con USD/JPY intorno a 161,10.
Nella giornata di ieri era circolata l’ipotesi di un intervento della Bank of Japan sul mercato. In realtà, l’istituto si è limitato a effettuare delle richieste di quotazione, mostrando la propria presenza senza intervenire concretamente.
A rafforzare il movimento dello yen hanno contribuito anche le dichiarazioni del Ministro delle Finanze Satsuki Katayama, secondo cui le autorità giapponesi sono pronte a intervenire in qualsiasi momento per sostenere la valuta.
Le sue parole arrivano in un contesto di crescenti speculazioni su un nuovo ciclo di interventi, favorito anche dalla minore liquidità legata al fine settimana festivo negli Stati Uniti. Katayama ha inoltre sottolineato come Giappone e Stati Uniti rimangano in stretto contatto sulle questioni di politica valutaria.
Giovedì lo yen aveva recuperato terreno con decisione dai minimi degli ultimi 40 anni, dopo indiscrezioni secondo cui il Giappone potrebbe smettere di segnalare preventivamente eventuali interventi sul mercato, cogliendo di sorpresa gli operatori e favorendo la riduzione delle posizioni speculative ribassiste sulla valuta.
PETROLIO SEMPRE SUI MINIMI
Venerdì il WTI si è mantenuto stabile intorno ai 69 dollari al barile, attestandosi su livelli prossimi a quelli precedenti allo scoppio del conflitto in Medio Oriente alla fine di febbraio.
A sostenere questa dinamica è stata la ripresa del traffico marittimo commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz, favorita dai progressi nei negoziati tra Stati Uniti e Iran.
Le esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita sono tornate a circa il 90% dei livelli precedenti al conflitto, con un numero crescente di petroliere che attraversano con successo la strategica via marittima, segnale di una graduale normalizzazione dell’offerta petrolifera regionale.
Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno riportato le esportazioni di petrolio sui livelli prebellici.
Nel frattempo, il presidente Donald Trump ha dichiarato che i colloqui con l’Iran stanno procedendo positivamente, dopo che i mediatori di Qatar e Pakistan hanno tenuto incontri separati con funzionari statunitensi e iraniani a Doha.
Dal punto di vista tecnico, il WTI continua a muoversi all’interno di un canale discendente, con obiettivi di medio periodo che potrebbero spingersi fino all’area dei 55 dollari al barile.
GOLD TORNATO DI MODA
Venerdì l’oro ha proseguito il proprio rialzo, raggiungendo quota 4.200 dollari l’oncia ed estendendo i guadagni della sessione precedente.
I future sui tassi della Federal Reserve indicano ora una probabilità di circa il 50% di un rialzo dei tassi a settembre, in calo rispetto al 67% registrato prima della pubblicazione degli ultimi dati sul mercato del lavoro.
Il presidente della Fed, Kevin Warsh, ha inoltre dichiarato che le aspettative di inflazione stanno progressivamente diminuendo, pur confermando l’impegno della banca centrale nel perseguire la stabilità dei prezzi.
L’oro ha beneficiato anche del calo dei prezzi del petrolio e dell’attenuarsi delle preoccupazioni inflazionistiche, sostenuto dalla progressiva normalizzazione del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz e dai continui progressi nei negoziati tra Stati Uniti e Iran.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
NFP sotto i riflettori, mercati in attesaIL GIORNO DEI NFP
I principali indici azionari di Wall Street hanno chiuso la seduta del 1° luglio 2026 in territorio negativo. Gli investitori hanno inaugurato il secondo semestre con prudenza, frenati dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran e dai timori macroeconomici legati alle prossime mosse della Federal Reserve guidata da Kevin Warsh.
Il Dow Jones ha chiuso sostanzialmente invariato, mentre l’S&P 500 ha perso lo 0,22% e il Nasdaq lo 0,66%.
Le ragioni della debolezza sono da ricercare nella persistente incertezza geopolitica. Teheran ha infatti rifiutato un incontro con alti funzionari statunitensi, appesantendo il sentiment dei mercati.
Nel frattempo, i dati ADP sull’occupazione nel settore privato hanno deluso le attese. I riflettori sono rimasti puntati anche sul Forum BCE di Sintra, dove era atteso l’intervento del presidente della Fed.
BANCHIERI CENTRALI
I principali banchieri centrali mondiali, riuniti al Forum BCE di Sintra, hanno di fatto archiviato definitivamente il concetto di forward guidance (ovvero le indicazioni preventive sull’andamento dei tassi), alla luce della crescente incertezza geopolitica ed economica.
Christine Lagarde ha dichiarato apertamente di aver rinunciato a questo approccio, affermando di essersi sentita in passato “vincolata e obbligata” da tale pratica. La Banca Centrale Europea adotterà quindi una comunicazione più flessibile e strettamente dipendente dai dati macroeconomici. Ha inoltre respinto con decisione i timori di stagflazione nell’Eurozona.
Dal canto suo, il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha annunciato che la banca centrale statunitense prenderà una decisione cruciale su un eventuale rialzo dei tassi entro le prossime quattro settimane.
Il neo-presidente ha inoltre lanciato un chiaro segnale sull’inflazione e ha ribadito l’autonomia della Fed, dichiarando: «Siamo stati una banca centrale indipendente a lungo, lo siamo anche oggi. E non ci saranno cambiamenti.»
Il governatore della Bank of England, Andrew Bailey, ha concentrato il proprio intervento sulla gestione dei bilanci delle banche centrali e sul graduale ritiro delle misure straordinarie introdotte negli ultimi anni.
In sostanza, tutti gli interventi hanno evidenziato un messaggio comune: le prossime decisioni di politica monetaria dipenderanno dai dati macroeconomici in arrivo.
VALUTE
Poco da segnalare sul mercato valutario, dove il dollaro continua a mantenere una posizione di forza.
L’EUR/USD resta sotto pressione e scende a ridosso del primo supporto chiave in area 1,1350. Il Cable (GBP/USD), invece, mostra maggiore tenuta e sale verso quota 1,3300, dopo che l’EUR/GBP ha rotto il supporto chiave compreso tra 0,8580 e 0,8590, dirigendosi verso il successivo livello in area 0,8540.
L’USD/JPY rimane impostato al rialzo, vicino a 162,80, anche se nelle prime ore di questa mattina mostra qualche lieve segnale di ripiegamento.
Oggi l’attenzione del mercato è concentrata sui dati dei Non-Farm Payrolls (NFP), che potrebbero contribuire a definire le prossime mosse della Federal Reserve.
Gli ultimi indicatori evidenziano infatti un rallentamento delle assunzioni nel settore privato. Inoltre, lo stesso Warsh ha sottolineato come le aspettative d’inflazione si siano recentemente attenuate, suggerendo una minore urgenza nel procedere con ulteriori aumenti dei tassi d’interesse.
BRENT IN DISCESA
Giovedì il Brent è sceso sotto i 71 dollari al barile, toccando il livello più basso dalla fine di febbraio.
Le spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz hanno continuato ad aumentare, mentre gli investitori hanno accolto positivamente i segnali di progresso nei colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran.
Un funzionario statunitense ha dichiarato che i flussi di greggio attraverso questa strategica via marittima hanno superato i 10 milioni di barili al giorno grazie al supporto militare americano.
Anche le esportazioni di petrolio degli Emirati Arabi Uniti sono tornate ai livelli precedenti al conflitto, grazie all’utilizzo di rotte e infrastrutture alternative.
Nel frattempo, le esportazioni iraniane hanno superato i 40 milioni di barili dopo la revoca del blocco navale statunitense, mentre le elevate spedizioni russe hanno contribuito a un significativo accumulo di scorte offshore.
Parallelamente, il presidente Donald Trump ha elogiato i progressi registrati nei negoziati, mentre il Qatar ha confermato che il prossimo round di colloqui si terrà il prima possibile.
Nonostante ciò, Teheran continua a rivendicare il mantenimento del controllo amministrativo marittimo sullo Stretto di Hormuz.
GOLD IN RIPRESA
Giovedì l’oro è tornato a rafforzarsi, riportandosi sopra i 4.000 dollari l’oncia dopo aver toccato all’inizio della settimana i minimi degli ultimi otto mesi.
Il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha affermato che le aspettative d’inflazione si sono attenuate nell’ultimo mese, suggerendo che non vi sia particolare urgenza nel procedere con nuovi rialzi dei tassi. Ha tuttavia ribadito l’impegno della banca centrale nel perseguire la stabilità dei prezzi.
I mercati continuano a prezzare una probabilità superiore al 60% di un rialzo dei tassi da parte della Fed nel mese di settembre.
Il metallo giallo ha inoltre beneficiato dell’aumento delle spedizioni petrolifere attraverso lo Stretto di Hormuz e dei progressi nei colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran. Questi sviluppi hanno contribuito a frenare i prezzi del petrolio, attenuando le pressioni inflazionistiche e sostenendo così le quotazioni dell’oro.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street vola, focus su Fed e yenWALL STREET, CHE TRIMESTRE
I principali indici azionari di Wall Street hanno chiuso la seduta del 30 giugno 2026 in territorio nettamente positivo, completando il miglior trimestre dal 2020 grazie alla spinta del comparto tecnologico e ai solidi utili legati all’intelligenza artificiale.
Il Nasdaq ha chiuso a +1,52%, l’S&P 500 a +0,79% e il Dow Jones a +0,26%, a dimostrazione della solidità della Borsa americana, sostenuta sia dalla crescita economica sia da indicatori macroeconomici che continuano a sorprendere positivamente.
Sul fronte macroeconomico, l’attenzione degli investitori resta concentrata sulle prossime mosse della Federal Reserve, che ha recentemente mantenuto i tassi nell’intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%, oltre che sui dati statunitensi relativi all’occupazione di giugno.
I dati pubblicati ieri sulle JOLTS Job Openings, che misurano le offerte di lavoro negli Stati Uniti, sono risultati superiori alle attese. Al contrario, la fiducia dei consumatori e il Chicago PMI hanno evidenziato un lieve rallentamento, pur rimanendo ampiamente in territorio positivo, confermando la resilienza dell’economia statunitense.
Proprio in virtù di questa forza economica, il mercato continua a scontare due ulteriori rialzi dei tassi da parte della Fed nel prossimo autunno. Tale aspettativa ha contribuito a spingere il rendimento del Treasury decennale statunitense al 4,46%.
PETROLIO
Il prezzo del petrolio WTI è rimasto stabile nelle ultime ore, attorno ai 70 dollari al barile, dopo aver registrato il calo trimestrale più marcato dal 2020.
Gli operatori restano in attesa di aggiornamenti sui colloqui di pace in corso tra Stati Uniti e Iran a Doha, con entrambe le parti impegnate ad allentare le tensioni nello Stretto di Hormuz a seguito dei recenti scontri.
Washington e Teheran stanno lavorando per raggiungere una soluzione duratura al conflitto, sebbene l’Iran abbia mantenuto una posizione rigida sul controllo del traffico marittimo lungo questa strategica via d’acqua.
Nel frattempo, il traffico delle petroliere continua a normalizzarsi, con un aumento delle spedizioni dopo la cessazione degli scontri nello Stretto di Hormuz.
Gli analisti mettono tuttavia in guardia dal rischio di un’eccessiva offerta sul mercato, poiché le esportazioni stanno recuperando più rapidamente del previsto. L’Iran ha dichiarato di aver spedito oltre 40 milioni di barili di petrolio da quando gli Stati Uniti hanno revocato il blocco navale, mentre le esportazioni russe hanno raggiunto livelli record, contribuendo a un significativo accumulo di greggio in mare.
VALUTE: LA BOJ NON SVELA LE PROPRIE INTENZIONI
Sul mercato valutario continua a essere protagonista lo yen giapponese, ai minimi degli ultimi quarant’anni. Il cambio USD/JPY si mantiene ormai sopra quota 162,70, in un movimento rialzista che appare inarrestabile e con la Bank of Japan che, almeno per il momento, sembra rimanere alla finestra.
Le ipotesi sono due: o le principali banche centrali stanno preparando un intervento coordinato che potrebbe coinvolgere simultaneamente tassi d’interesse e mercato dei cambi, oppure la strategia della BoJ e del governo giapponese consiste nel lasciare sfogare il trend rialzista per poi intervenire ai primi segnali di esaurimento del momentum.
L’EUR/USD resta stabile nell’area compresa tra 1,1380 e 1,1430, mentre l’EUR/JPY continua a mantenersi forte a quota 185,60, in attesa di sviluppi sul fronte dello yen.
Le valute oceaniche rimangono deboli, in particolare l’AUD/USD, mentre il dollaro neozelandese sembra mostrare segnali di recupero rispetto alle principali divise concorrenti.
Stabili il franco svizzero e le altre principali coppie valutarie. L’attenzione del mercato resta comunque concentrata sullo yen e sulla possibilità di un intervento da parte della Bank of Japan.
ORO
Mercoledì l’oro è sceso sotto i 4.000 dollari l’oncia, avvicinandosi ai minimi degli ultimi otto mesi, dopo la pubblicazione di solidi dati economici statunitensi che hanno evidenziato la resilienza dell’economia e rafforzato le aspettative di un ulteriore aumento dei tassi da parte della Federal Reserve nel corso dell’anno.
L’ultimo rapporto JOLTS ha mostrato un incremento delle offerte di lavoro fino ai livelli più elevati degli ultimi due anni. Parallelamente, gli analisti si aspettano un nuovo aumento dell’occupazione non agricola a giugno, con i dati in pubblicazione venerdì.
Nel frattempo, gli indicatori sull’inflazione core continuano a collocarsi ben al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Fed.
I mercati stanno ora prezzando almeno un aumento dei tassi entro la fine dell’anno, con il primo intervento che potrebbe arrivare già a settembre.
Gli investitori restano inoltre in attesa di aggiornamenti sui colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran in corso in Qatar, nella speranza di un accordo di cessate il fuoco duraturo, sebbene non sia previsto alcun incontro diretto tra le due delegazioni.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street corre, yen ai minimi e gold in caloPRICE ACTION ESTIVE
Wall Street ha chiuso la seduta di ieri, 29 giugno 2026, in forte rialzo, trainata dal settore tecnologico e dal calo delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran.
I mercati hanno reagito positivamente alla cessazione degli attacchi tra Washington e Teheran e all'annuncio della ripresa dei colloqui in Qatar. Gli acquisti massicci sui titoli tecnologici hanno permesso al Nasdaq di sovraperformare gli altri principali listini.
L’indice Nasdaq ha chiuso in rialzo del 2,07%, mentre l’S&P 500 ha guadagnato l’1,18%. Positivo anche il Dow Jones, che ha registrato un progresso dello 0,59%.
I temi principali della settimana restano l’estrema debolezza dello yen giapponese, la stabilità del petrolio sui minimi di periodo e il calo dell’oro, sceso sotto la soglia dei 4.000 dollari l’oncia.
VALUTE: BOJ, DOVE SEI?
Lo yen giapponese è sceso ai minimi degli ultimi quarant’anni, raggiungendo il livello più basso dal 1986 e suscitando crescenti preoccupazioni tra gli operatori di mercato. Gli investitori restano in allerta in vista di un possibile intervento valutario da parte delle autorità di Tokyo.
La valuta nipponica continua a essere penalizzata dall’ampio differenziale dei tassi d’interesse tra Giappone e Stati Uniti. La Banca del Giappone prosegue infatti il suo graduale processo di normalizzazione della politica monetaria, mentre la Federal Reserve dovrebbe mantenere un orientamento restrittivo nel corso dell’anno.
Anche le persistenti operazioni di carry trade e la domanda sostenuta di dollaro statunitense come valuta rifugio continuano a pesare sullo yen.
Nel frattempo, l’economia giapponese resta esposta ai rischi legati alle forniture energetiche, a causa della forte dipendenza del Paese dalle importazioni di petrolio provenienti dal Medio Oriente.
Sul mercato valutario, segnaliamo un EUR/USD compreso tra 1,1380 e 1,1430, mentre il Cable mantiene quota 1,3200, rimanendo vicino a 1,3250. L’EUR/GBP si trova invece a ridosso dell’importante area di supporto in zona 0,8590.
Le valute oceaniche restano anch’esse in prossimità dei rispettivi supporti, mentre il franco svizzero si mantiene stabile sia contro euro sia contro dollaro, rispettivamente in area 0,9220 e 0,8100.
PETROLIO STABILE SUI MINIMI
Martedì il petrolio WTI si è stabilizzato sopra i 70 dollari al barile, conservando i guadagni della sessione precedente. L’attenzione degli investitori si è spostata sulla ripresa dei colloqui tra Stati Uniti e Iran a Doha.
I segnali contrastanti provenienti dalle due parti continuano tuttavia a offuscare le prospettive di medio termine. Teheran ha ribadito la propria intenzione di continuare a supervisionare il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, anche qualora l’Oman decidesse di non partecipare all’iniziativa.
In base all’attuale accordo provvisorio, l’Iran non applicherà dazi di transito per i prossimi 60 giorni, pur mantenendo aperta la possibilità di introdurli successivamente. Una proposta che incontra la ferma opposizione di Stati Uniti, Europa e Paesi arabi del Golfo.
Il traffico marittimo attraverso lo stretto ha registrato un rallentamento nel fine settimana a seguito di nuovi episodi di tensione che hanno coinvolto due navi. Nonostante ciò, gli operatori del settore e gli equipaggi sembrano intenzionati a continuare a utilizzare questa fondamentale rotta commerciale.
Il WTI si avvia a chiudere il mese con una perdita di circa il 19% e il trimestre con un ribasso superiore al 24%, mentre le prospettive di pace e l’attesa di maggiori flussi di greggio dal Golfo Persico continuano a sostenere lo scenario ribassista.
GOLD ANCORA IN CALO
Martedì l’oro è sceso sotto i 4.000 dollari l’oncia, toccando i livelli più bassi degli ultimi otto mesi e avviandosi a registrare il quarto ribasso mensile consecutivo.
Il metallo prezioso ha perso oltre il 12% nel corso del mese e circa il 15% nel trimestre. A pesare sulle quotazioni sono soprattutto le aspettative di una politica monetaria ancora restrittiva da parte della Federal Reserve e il progressivo ridimensionamento delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
I mercati continuano a prezzare tre rialzi dei tassi da parte della Fed nel corso dell’anno, con il primo intervento potenzialmente previsto per settembre.
Gli investitori restano ora concentrati sull’imminente pubblicazione del rapporto mensile sul mercato del lavoro statunitense (Non-Farm Payrolls), dal quale potrebbero emergere indicazioni decisive per le prossime mosse della banca centrale americana.
Nel frattempo, Stati Uniti e Iran dovrebbero riprendere i colloqui di pace a Doha nel corso della giornata, anche se le prospettive di un cessate il fuoco duraturo restano ancora incerte.
Dal punto di vista tecnico, il gold potrebbe dirigersi verso il supporto chiave in area 3.870 dollari l’oncia, minimo registrato nell’ottobre scorso e livello di swing particolarmente significativo per il mercato.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street incerta: tech pesa ma listini reggonoWALL STREET LIMITA I DANNI
La Borsa di Wall Street ha chiuso la seduta di venerdì 26 giugno 2026 all’insegna dell’incertezza e del contrasto, frenata principalmente da una forte ondata di vendite nel comparto dei semiconduttori e dell’hardware tecnologico.
Nonostante un’apertura in deciso calo, i listini americani sono riusciti a limitare i danni grazie a una rotazione settoriale verso comparti più difensivi, come la sanità e i beni di consumo.
Tra gli indici, il Dow Jones è quello che ha evidenziato maggiore tenuta, chiudendo in positivo, mentre l’S&P 500 ha terminato la seduta pressoché invariato. Il Nasdaq 100, invece, ha ceduto l’1,09%, appesantito dalle vendite sul comparto tecnologico.
A pesare è stato anche il possibile rinvio dell’ingresso in Borsa di OpenAI al 2027, fattore che ha innescato prese di beneficio sul settore tech.
A peggiorare il quadro si aggiunge il fatto che i rapporti tra Stati Uniti e Iran si trovano in una fase di tregua estremamente instabile e a forte rischio di fallimento, non essendosi ancora trasformata in una pace consolidata.
Al momento, Washington e Teheran hanno concordato la cessazione degli attacchi diretti, mentre la diplomazia lavora sotto traccia, con la previsione di un incontro ufficiale in Qatar per tentare di stabilizzare l’accordo e discutere la gestione delle aree critiche.
Il memorandum bilaterale punta a un cessate il fuoco duraturo, al ritiro di alcune forze americane e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, ma l’impianto generale resta precario.
PETROLIO
In questo contesto, il prezzo del petrolio, sorprendentemente, registra solo lievi movimenti percentuali, più simili a una correzione tecnica che a un vero rialzo.
Durante la notte, il prezzo dell’oro nero è tornato in area 70 dollari al barile, recuperando modestamente dai minimi degli ultimi quattro mesi, dopo una serie di attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran per il controllo dello Stretto di Hormuz.
Le due parti hanno tuttavia concordato di sospendere ulteriori azioni militari in vista della ripresa dei colloqui di pace prevista per la fine della settimana.
Lo scambio di attacchi è iniziato giovedì, quando l’Iran ha preso di mira una nave portacontainer, provocando la reazione degli Stati Uniti il giorno successivo. Sabato, Washington ha lanciato una nuova serie di attacchi dopo che Teheran aveva colpito una nave che trasportava petrolio del Qatar.
Nel frattempo, Axios ha riportato che funzionari statunitensi e iraniani si incontreranno a Doha martedì per discutere dello Stretto di Hormuz e di altre questioni volte a porre fine al conflitto.
Nonostante le tensioni, l’attività di navigazione lungo questa via d’acqua vitale è aumentata da quando le due parti hanno raggiunto un accordo di pace provvisorio, sebbene gli armatori rimangano cauti: centinaia di navi sono ancora bloccate nel Golfo Persico.
Il fatto che il prezzo del petrolio non registri rialzi significativi rappresenta comunque un segnale positivo in vista delle prossime decisioni delle banche centrali sui tassi di interesse.
VALUTE
Nel mercato dei cambi si osserva un tentativo di recupero dell’euro, che dai minimi di 1,1320 si è portato a 1,1390: una correzione tecnica che potrebbe estendersi anche verso l’area 1,1450–1,1460.
Al contempo, lo USD/JPY rimane stabile e vicino ai massimi, in attesa delle decisioni della Bank of Japan in materia di tassi e di eventuali interventi sul cambio, che potrebbero aumentare la volatilità.
Il cable si mantiene ancora sopra quota 1,3200, sebbene i supporti chiave di medio termine siano collocati in area 1,3050.
Le valute oceaniche restano molto deboli: AUD/USD non è lontano da 0,6840 e NZD/USD da 0,5590.
Nel frattempo, l’AUD/NZD corregge verso 1,2200, con la possibilità di scendere fino a 1,2000 nel breve termine.
Il franco svizzero si mantiene stabile, intorno a 0,9220 contro euro e 0,8100 contro dollaro.
GOLD
Lunedì l’oro è tornato in area 4.050 dollari l’oncia, interrompendo un rimbalzo di due giorni, a causa dei rinnovati scambi di attacchi tra Stati Uniti e Iran nello Stretto di Hormuz, fattore che ha sostenuto i prezzi del petrolio e riacceso i timori inflazionistici.
Il conflitto si è intensificato a partire da giovedì, con l’Iran che ha preso di mira una nave portacontainer, una nave che trasportava petrolio del Qatar e basi militari in Kuwait e Bahrein, provocando diverse azioni di rappresaglia da parte degli Stati Uniti.
Tuttavia, entrambe le parti hanno successivamente concordato di sospendere ulteriori attacchi in vista della ripresa dei colloqui di pace previsti per questa settimana a Doha, in Qatar.
Nel frattempo, i dati della scorsa settimana hanno mostrato che l’inflazione PCE statunitense è risultata sostanzialmente in linea con le aspettative, spingendo gli investitori a ridurre leggermente le scommesse su un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve nel corso dell’anno.
I mercati sono ora in attesa del prossimo rapporto mensile sull’occupazione negli Stati Uniti e dell’indice PMI manifatturiero ISM, che potrebbero fornire ulteriori indicazioni sulle prospettive di politica monetaria.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Wall Street mista: tech forte e PCE sotto atteseBORSE MISTE
La sessione di Wall Street di ieri, 25 giugno 2026, ha registrato una chiusura mista, condizionata da forti spunti nel comparto tecnologico e da dati macroeconomici chiave.
Wall Street ha tentato un recupero dopo che la pubblicazione dei risultati trimestrali di Micron ha ridato slancio al settore dell’intelligenza artificiale. Micron ha registrato un’impennata del 17% dopo aver superato le aspettative su utili e fatturato, stimando ricavi di circa 50 miliardi di dollari nel trimestre concluso ad agosto, rispetto ai 43,2 miliardi previsti.
La solidità del settore delle infrastrutture per l’IA è stata ulteriormente rafforzata dall’annuncio di 16 contratti a lungo termine da parte dell’azienda. Anche Qualcomm ha registrato un balzo del 10%, dopo aver raddoppiato le proprie proiezioni di fatturato non legato ai dispositivi mobili nei prossimi tre anni e annunciato una partnership con Meta.
Il calo dei rischi inflazionistici ha sostenuto diversi settori, grazie al continuo ribasso dei prezzi dell’energia e a dati PCE inferiori alle attese, favorendo anche i comparti più tradizionali. I titoli bancari hanno inoltre guadagnato terreno, poiché gli istituti di credito aumenteranno i dividendi dopo aver superato gli stress test della Federal Reserve.
LISTINI ASIATICI IN CALO
Nel frattempo, i mercati azionari asiatici hanno registrato un calo, con i titoli tecnologici nuovamente sotto pressione dopo i forti guadagni della sessione precedente.
Il KOSPI sudcoreano, considerato un barometro per i titoli legati all’intelligenza artificiale, ha perso oltre il 7%, mentre l’indice Nikkei 225 giapponese è sceso di oltre il 4%.
VALUTE
La volatilità sul mercato valutario resta contenuta, con l’EUR/USD ancora al di sotto di 1,1400, ma incapace di rompere il supporto a 1,1320. Il cambio GBP/USD (“Cable”) segue una dinamica simile, mantenendosi a ridosso di 1,3200.
Il dollaro si mantiene forte grazie a dati macroeconomici migliori delle attese e ai timori statunitensi legati alla de-dollarizzazione, processo che la Cina starebbe portando avanti tramite una rivalutazione dello yuan, potenzialmente collegato al dollaro in una forma simile a un nuovo gold standard.
Lo yen giapponese resta debole, vicino ai minimi di periodo, con USD/JPY prossimo a 162,00, in assenza di interventi della Bank of Japan. I rendimenti dei titoli di Stato decennali, intorno al 2,6%, suggerirebbero ulteriori rialzi dei tassi da parte della banca centrale, che tuttavia continua a mantenere un atteggiamento attendista.
Le valute oceaniche risultano deboli: l’AUD/USD è in calo, mentre il NZD/USD resta vicino ai minimi di periodo. Il cambio AUD/NZD sembra orientato verso il supporto di area 1,2180.
PCE IN LINEA CON IL CONSENSO
A maggio 2026, l’indice dei prezzi PCE statunitense è aumentato dello 0,4% su base mensile, in linea con aprile ma inferiore alle attese di mercato, che prevedevano un +0,5%.
L’inflazione dei beni è scesa allo 0,4% dallo 0,7%, mentre quella dei servizi è salita allo 0,5% dallo 0,3% registrato nei due mesi precedenti. L’indice PCE “core”, che esclude alimentari ed energia, è cresciuto dello 0,3%, in linea con il mese precedente e con le aspettative.
Su base annua, l’inflazione PCE è aumentata per il terzo mese consecutivo, raggiungendo il 4,1% dal 3,8%, il livello più alto da aprile 2023. L’inflazione core è salita invece al 3,4% dal 3,3%, massimo da ottobre 2023.
Nella riunione di giugno 2026, la Federal Reserve ha rivisto al rialzo le proprie stime, indicando un’inflazione PCE al 3,6% e core al 3,3% per l’anno, entrambe sopra il target del 2%, rafforzando l’ipotesi di un prossimo rialzo dei tassi.
PETROLIO
Durante la notte, il prezzo del petrolio WTI è sceso sotto i 71 dollari al barile, cancellando i guadagni della seduta precedente. Gli investitori stanno valutando l’aumento del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, nonostante un recente incidente in cui una nave è stata colpita da un proiettile non identificato al largo dell’Oman.
L’episodio ha riacceso i timori per la sicurezza nella regione e per un possibile maggiore controllo iraniano su questa arteria strategica. Alcune navi mercantili hanno invertito la rotta, mettendo a rischio i progressi compiuti nel dialogo tra Stati Uniti e Iran.
Washington e Teheran proseguono i negoziati per un accordo stabile, ma si prevede che le discussioni, soprattutto sul nucleare, si prolungheranno. Nonostante le tensioni, i flussi di petrolio attraverso Hormuz hanno raggiunto i livelli più elevati dall’inizio del conflitto.
I produttori mediorientali stanno aumentando l’offerta, pur affrontando difficoltà nel reperire un numero sufficiente di petroliere. Il WTI si prepara così a registrare il terzo calo settimanale consecutivo.
PIL USA
Nel primo trimestre del 2026, l’economia statunitense è cresciuta del 2,1% su base annua, dato rivisto al rialzo rispetto all’1,6% della stima precedente, ma inferiore alla crescita registrata nel quarto trimestre del 2025.
Gli investimenti sono aumentati del 7,9%, sopra il 7% stimato inizialmente. In particolare, gli investimenti delle imprese in attrezzature sono cresciuti del 15,8%, mentre quelli in strutture sono diminuiti del 4,7%.
La spesa dei consumatori è aumentata dello 0,5%, ben al di sotto dell’1,4% precedente, a causa del rallentamento dei servizi (0,5% contro 1,8%), mentre la componente dei beni è rimasta debole.
La spesa pubblica è cresciuta del 4,4%, confermando la stima precedente e recuperando dopo una contrazione del 5,6%, grazie alla ripresa dell’attività successiva alla conclusione dello shutdown governativo.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
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Wall Street debole, petrolio e oro in caloWALL STREET FALLISCE IL RECUPERO
Nella seduta di ieri, 24 giugno 2026, Wall Street ha vissuto una giornata di forte volatilità e nervosismo, caratterizzata da un tentativo di rimbalzo iniziale svanito nel corso delle contrattazioni a causa del perdurare delle vendite nel comparto tecnologico e dei semiconduttori.
I listini americani hanno aperto in territorio positivo, cercando di recuperare il pesante sell-off della sessione precedente, ma hanno rallentato vistosamente nel finale.
L’indice S&P 500 ha chiuso la giornata in frazionale calo dello 0,10%, mentre il Dow Jones e il Nasdaq hanno registrato rispettivamente un +0,29% e un -0,19%, evidenziando una chiara rotazione dei portafogli verso i titoli industriali. Al contrario, il settore tecnologico è stato ancora interessato da prese di beneficio.
Gli investitori restano cauti sul comparto legato all’intelligenza artificiale e ai semiconduttori.
CROLLA IL PETROLIO
Il WTI scende sotto i 70 dollari al barile, estendendo le perdite per la quarta sessione consecutiva e annullando quasi tutti i guadagni realizzati dall’inizio del conflitto in Medio Oriente.
Le ragioni sono legate all’ottimismo che circonda i negoziati di pace, nonostante non siano ancora definitivamente conclusi. La crescente fiducia in un accordo duraturo ha incoraggiato un numero maggiore di petroliere ad attraversare lo Stretto di Hormuz.
I compratori si trovano ad affrontare un’importante ondata di offerta di greggio proveniente dal Medio Oriente e da altre regioni esportatrici, tra cui l’Africa occidentale.
Inoltre, lo spread del Brent a breve termine — un indicatore attentamente monitorato — è passato mercoledì in contango ribassista per la prima volta dall’inizio del conflitto.
Siamo ormai a ridosso dei prezzi pre-guerra, quando il mercato, il 27 febbraio, aprì in gap rialzista a causa dello scoppio del conflitto.
VALUTE
Il mercato dei cambi resta tranquillo, con scarse oscillazioni e bassa volatilità, sebbene il dollaro rimanga forte contro le principali valute, in particolare contro lo JPY.
Ci troviamo a ridosso dei 162 yen per dollaro, in attesa di sviluppi sul fronte di un possibile intervento della BoJ. Per ora si registra equilibrio su questi livelli e nulla sembra modificarne la price action.
L’EUR/USD appare in leggero recupero dopo il test dei supporti chiave posti a 1,1320, mentre il Cable tiene meglio, rimanendo sopra 1,3140, in seguito alle dimissioni di Starmer, accolte positivamente dal mercato.
L’EUR/GBP si colloca a ridosso dei supporti chiave di medio termine in area 0,8590, mentre le valute oceaniche restano sotto pressione, soprattutto il NZD/USD.
Il dollaro dovrebbe mantenersi forte nel medio termine, soprattutto alla luce di fondamentali decisamente favorevoli alla divisa statunitense. Al contrario, nel vecchio continente, sia l’euro sia la sterlina risentono dei problemi geopolitici e macroeconomici.
Va inoltre ricordato che la Fed è attesa, nel prossimo autunno, a uno o due rialzi dei tassi, secondo quanto emerso dall’ultima riunione del FOMC.
ORO SOTTO I 4.000
Giovedì l’oro si è indebolito, scendendo sotto i 4.000 dollari l’oncia e avvicinandosi ai minimi registrati nel novembre 2025.
Le ragioni sono da ricercare nel rafforzamento del dollaro e nelle crescenti aspettative di rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve.
Il dollaro statunitense ha raggiunto il livello più alto da oltre un anno rispetto a un paniere di valute principali, rendendo le materie prime denominate in dollari, come l’oro, più costose per gli investitori che detengono altre valute.
La scorsa settimana la Fed ha mantenuto i tassi di interesse invariati, ma ha segnalato un crescente orientamento verso una politica monetaria più restrittiva, con il presidente Kevin Warsh che ha ribadito l’impegno a tenere sotto controllo l’inflazione.
I mercati stanno ora scontando un possibile aumento dei tassi a settembre, con ulteriori rialzi potenzialmente in arrivo entro la fine dell’anno.
Queste aspettative hanno oscurato l’effetto positivo dei progressi nei negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran, che hanno riportato i prezzi del petrolio ai livelli pre-conflitto e ridotto significativamente le pressioni inflazionistiche.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
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Wall Street in calo, pesa il settore techWALL STREET IN DISCESA
Nella seduta di ieri, martedì 23 giugno 2026, Wall Street ha registrato una giornata di pesanti ribassi, trainata da un massiccio sell-off che ha colpito l’intero settore tecnologico.
I listini americani sono scesi ai minimi da oltre una settimana, a causa dei forti cali legati ai titoli dei semiconduttori e ai timori sul comparto dell’intelligenza artificiale.
L’ondata di vendite ha colpito in modo differenziato i listini, penalizzando soprattutto il comparto tech. Il Nasdaq ha registrato la performance peggiore, chiudendo a -2,33%, seguito dall’S&P 500 a -1,46% e dal Dow Jones a -0,58%.
Tra gli investitori tornano a diffondersi i timori relativi alle valutazioni elevate raggiunte dal settore tecnologico, mettendo fine a un rally di quasi tre mesi degli asset più rischiosi.
L’indice VIX ruota intorno ai 20 punti, a dimostrazione di un’elevata incertezza: un’indecisione che, per ora, non si è ancora trasformata in una vera avversione al rischio, ma che pone comunque seri interrogativi sul prossimo futuro.
Nvidia e Tesla hanno perso entrambe il 4%. Allo stesso modo, SpaceX è crollata del 16% dopo aver emesso obbligazioni a una sola settimana dalla sua IPO, alimentando i timori di ingenti spese in conto capitale.
VALUTE
Sul mercato dei cambi assistiamo da giorni al recupero e alla rinnovata forza del dollaro, che schiaccia l’euro portandolo a ridosso di 1,1350 e si mantiene forte anche contro lo yen, che resta vicino ai minimi storici.
La discesa della moneta unica deriva principalmente dalla debolezza dell’euro, legata ai fondamentali macroeconomici, e da un biglietto verde che evidenzia una buona tenuta degli aggregati macro, soprattutto dopo la pubblicazione dei PMI, risultati superiori alle attese.
Nel frattempo, l’USD/JPY continua a mettere alla prova BoJ e Fed, mentre l’euro scivola contro le principali divise, in particolare contro lo yen, passando dai 186,50 di qualche giorno fa ai livelli di maggio, intorno a 183,60.
Sale anche il franco svizzero, in un parziale ritorno del “risk-off”, che lo riporta in area 0,9200. Al contrario, le valute oceaniche scivolano inesorabilmente verso 0,6900 e 0,5650, rispettivamente per AUD/USD e NZD/USD.
La forza del dollaro, a nostro avviso, è destinata a durare, a meno che non vi sia un’esplicita volontà di indebolire la divisa statunitense. Questo avviene in un contesto macro che presenta Stati Uniti resilienti e un Vecchio Continente in cui la BCE mostra ancora l’intenzione di alzare i tassi per combattere l’inflazione, pur dichiarandosi preoccupata per una crescita insufficiente, come ribadito dalla presidente Lagarde due giorni fa.
PETROLIO
Mercoledì il prezzo del petrolio greggio è sceso verso i 72 dollari al barile, avvicinandosi ai livelli precedenti all’inizio del conflitto in Medio Oriente.
Questo movimento è stato favorito dalla ripresa del transito di un numero crescente di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, in un contesto di progressi nei negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran.
L’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha dichiarato di aver ricevuto garanzie di sicurezza che potrebbero consentire a centinaia di navi di lasciare il Golfo Persico attraverso Hormuz, mentre proseguono gli sforzi per evacuare migliaia di marittimi.
L’AIE ha inoltre riferito che le esportazioni di petrolio degli Emirati Arabi Uniti, all’inizio di giugno, sono tornate a quasi l’85% dei livelli pre-conflitto, grazie all’utilizzo di oleodotti, impianti di stoccaggio e rotte marittime alternative.
Nel frattempo, Iran e Oman hanno annunciato l’avvio di discussioni su un quadro comune per la gestione del transito nello Stretto di Hormuz, comprese le strutture tariffarie, sollevando timori che Teheran possa introdurre tasse di passaggio.
PMI USA
L’indice PMI manifatturiero statunitense di S&P Global è salito a 55,7 a giugno 2026, rispetto a 55,1 di maggio, superando le previsioni di mercato di 54,8 e raggiungendo il livello più alto da maggio 2022.
Questa espansione indica che le condizioni dell’attività manifatturiera sono migliorate costantemente dallo scorso agosto, con una crescita in progressiva accelerazione rispetto al minimo toccato a febbraio.
A trainare questa dinamica è stata l’accelerazione della produzione, che ha raggiunto il ritmo più rapido da luglio 2021, sostenuta dall’aumento dei nuovi ordini, il più marcato da aprile 2022.
RENDIMENTI TITOLI DI STATO USA
Martedì il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a 10 anni è sceso al 4,48%, in seguito alla reazione degli investitori ai segnali di un possibile avvicinamento a una soluzione duratura tra Stati Uniti e Iran.
Allo stesso tempo, la fuga verso beni rifugio, innescata dal crollo dei titoli tecnologici, ha fornito ulteriore sostegno al mercato obbligazionario.
Stati Uniti e Iran hanno concordato una tabella di marcia per un accordo di pace entro 60 giorni, mentre Washington ha concesso a Teheran una licenza temporanea, sempre di 60 giorni, per la vendita di petrolio sui mercati internazionali.
Di conseguenza, i prezzi del greggio sono diminuiti, offrendo un certo sollievo alle pressioni inflazionistiche, sebbene la crescita dei prezzi rimanga elevata.
Questa settimana l’attenzione è rivolta all’imminente pubblicazione del dato sull’inflazione PCE, l’indicatore preferito dalla Fed. Il tono restrittivo della banca centrale nella scorsa settimana ha spinto gli investitori ad aumentare le scommesse su ulteriori rialzi dei tassi nel corso dell’anno.
Attualmente, i mercati stimano una probabilità di aumento dei tassi a settembre intorno al 68%, in forte crescita rispetto al 29% della settimana precedente.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
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Wall Street divisa: tech in calo, Dow in rialzoWALL STREET A DUE VELOCITÀ
Seduta contrastata ieri a Wall Street, con la tenuta dei titoli tradizionali e il deciso calo del comparto tecnologico. Va ricordato che i mercati finanziari americani riaprivano dopo la pausa festiva del Juneteenth di venerdì scorso.
L'andamento dei principali indici ha visto il Dow Jones chiudere a +0,64%, mentre l’S&P 500 è stato frenato dalle vendite sui big hi-tech. Il Nasdaq, dal canto suo, ha terminato a -1,89%, confermandosi il listino più penalizzato.
Sul fronte geopolitico, l’ottimismo per un possibile accordo tra USA e Iran ha sostenuto il Dow Jones, provocando contestualmente un calo del prezzo del petrolio.
Sul versante tecnologico, invece, continua la forte pressione ribassista sul titolo di Elon Musk, SpaceX. Dopo i massimi post-IPO, le azioni hanno ceduto oltre il 9% (scendendo a 168,28 dollari) a causa di massicce prese di profitto e dei timori legati all’indebitamento della società.
VALUTE
Il dollaro resta sui massimi da maggio 2025, non lontano da quota 101, mentre l’EUR/USD scende intorno a 1,1418, segnando un doppio minimo nelle ultime sessioni.
L’eventuale breakout di quest’area dovrebbe spingere i prezzi verso quota 1,1380, che rappresenta l’ultimo ostacolo prima di una discesa che potrebbe arrivare al test dei livelli chiave di lungo periodo, posti a 1,1230.
Parallelamente, osserviamo un USD/JPY che rimane a ridosso dei livelli di intervento di 162,00. Anche ieri si sono registrati due momenti di forte volatilità intraday, con oscillazioni significative nel brevissimo termine che segnalavano la probabile presenza della BoJ in attività di price checking.
Nessun intervento diretto, quindi, ma un chiaro segnale di vigilanza e disponibilità ad agire.
Sugli altri cambi, poco da segnalare: il CHF perde quota contro dollaro (USD/CHF a 0,8100), mentre l’EUR/CHF resta stabile a 0,9250.
La sterlina non ha reagito nemmeno alle dimissioni di Starmer, segno che il mercato richiede catalizzatori più forti e che la notizia era già ampiamente scontata nelle precedenti price action.
PETROLIO STABILE
Martedì il prezzo del petrolio greggio si è stabilizzato intorno ai 74 dollari al barile, dopo le pressioni della sessione precedente, grazie ai segnali di progresso nei negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran in Svizzera.
Un importante sviluppo è stata la concessione, da parte di Washington, di una licenza di 60 giorni all'Iran per la vendita di petrolio sui mercati internazionali, alimentando le aspettative di una più rapida ripresa dell’offerta globale.
Anche il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è aumentato: produttori come Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno individuato rotte alternative per l’export di energia, mentre l’Iran ha spedito oltre 30 milioni di barili nell’ultima settimana.
Nel frattempo, il programma nucleare iraniano resta un punto critico. Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che Teheran avrebbe accettato di ammettere ispettori nucleari, affermazione però smentita dai funzionari iraniani.
ORO ANCORA IN FLESSIONE
Martedì l’oro è sceso sotto i 4.150 dollari l’oncia, annullando i guadagni della sessione precedente. A pesare sono state le forti aspettative di un aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, che hanno prevalso sull’ottimismo relativo ai negoziati tra Stati Uniti e Iran.
Sia Deutsche Bank sia BofA Global Research hanno rivisto le proprie previsioni, includendo un aumento dei tassi a settembre.
Gli investitori sono ora concentrati sul rapporto PCE in uscita questa settimana, che contiene l’indicatore di inflazione preferito dalla Fed e dovrebbe fornire ulteriori indicazioni sulle pressioni inflazionistiche sottostanti.
Dal punto di vista tecnico, i livelli chiave sull’oro sono posti a 4.020 dollari: una rottura potrebbe aprire la strada a una discesa verso 3.900 dollari. Solo sopra area 4.435,50 i prezzi potrebbero tornare a salire.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
Qualsiasi materiale fornito non tiene conto dell’obiettivo di investimento specifico e della situazione finanziaria di chiunque possa riceverlo. I risultati passati non sono un indicatore affidabile dei risultati futuri. AT fornisce un servizio di sola esecuzione. Di conseguenza, chiunque agisca in base alle informazioni fornite lo fa a proprio rischio.
Le informazioni qui fornite non costituiscono una ricerca di investimento. I materiali non sono stati preparati in conformità ai requisiti legali volti a promuovere l’indipendenza della ricerca di investimento e in quanto tali devono essere considerati come una comunicazione pubblicitaria. Tutte le informazioni sono state preparate da ActivTrades (altresì “AT”).
Le informazioni non contengono una raccolta dei prezzi di AT, né possono essere intese come offerta, consulenza, raccomandazione o sollecitazione ad effettuare transazioni su alcuno strumento finanziario. Non viene fornita alcuna dichiarazione o garanzia in merito all’accuratezza o alla completezza di tali informazioni.
Tensioni e mercati: pace fragile su HormuzUNA PACE A INTERMITTENZA
No, non è ancora una pace stabile. Nonostante la recente firma di un memorandum d’intesa, la situazione attuale è segnata da una grave e immediata riaccensione delle tensioni. Trump è tornato a minacciare Teheran, annunciando che “se chiudono Hormuz non avranno più un Paese”.
In risposta, la delegazione iraniana ai colloqui ha presentato una protesta formale alla controparte statunitense e il team negoziale ha abbandonato il tavolo delle trattative in corso a Lucerna, in Svizzera. Il quadro resta comunque in evoluzione, nonostante questo continuo stillicidio di notizie sia snervante, e non solo per gli investitori.
Nella prima fase dei colloqui, le parti avevano discusso di un cessate il fuoco in Libano e dei beni iraniani congelati, con la mediazione di Pakistan e Qatar. La delegazione statunitense, guidata dal vicepresidente J.D.
Vance, si era confrontata con quella iraniana, guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.
“Abbiamo fatto progressi nelle ultime ore”, aveva dichiarato il vicepresidente J.D. Vance, prima del nuovo stop seguito alle recenti minacce di Trump. Ora la pace vacilla nuovamente, a causa del nodo strategico rappresentato dallo stretto di Hormuz.
MERCATI
Wall Street è rimasta completamente chiusa nella giornata di venerdì 19 giugno 2026. I mercati finanziari statunitensi hanno sospeso le contrattazioni in osservanza del Juneteenth National Independence Day.
Nel frattempo, venerdì scorso, gli indici azionari europei hanno registrato un lieve calo rispetto ai massimi storici, anche a seguito della diminuzione dei rendimenti dei titoli di Stato. L’Euro STOXX 50 ha perso lo 0,3%, attestandosi a 6.302 punti, mentre lo STOXX Europe 600 è sceso dello 0,2% a 636 punti.
Nel corso del fine settimana si è registrata una nuova interruzione nei colloqui di pace. In questo contesto, l’Iran ha rinviato l’avvio dei negoziati sul proprio programma nucleare e sulla guerra con gli Stati Uniti, interrompendo così una serie di incontri distensivi tra i due Paesi, che avevano contribuito a ridurre i prezzi dell’energia e a sostenere il recente rally azionario europeo.
I titoli del lusso hanno chiuso in ribasso, con LVMH, Hermès e Ferrari in calo tra il 2,3% e il 2,5%. Anche il settore tecnologico ha registrato flessioni, con ASML e Prosus in diminuzione rispettivamente dell’1% e del 2,2%.
I produttori automobilistici tedeschi hanno recuperato leggermente dopo la revisione al ribasso delle previsioni di BMW nel corso della settimana, mentre Volkswagen ha perso il 4,5% a causa della sospensione del dividendo.
Nel complesso settimanale, l’Euro STOXX 50 ha guadagnato l’1,9% e lo STOXX Europe 600 è salito dello 0,4%.
VALUTE
Sul mercato dei cambi, l’EUR/USD ha testato i livelli obiettivo indicati nei giorni scorsi: l’area 1,1420–1,1430 era stata individuata come target di breve termine, con un minimo toccato a 1,1418.
Contestualmente, l’USD/JPY ha raggiunto quota 161,85, livello al quale sembra che la BoJ abbia mostrato interesse, provocando un brusco ma limitato sell-off fino a 161,00 e una successiva stabilizzazione intorno a 161,25.
Lo yen rimane molto sensibile a qualsiasi notizia che coinvolga Katayama, ministro delle Finanze, e Bessent, segretario al Tesoro statunitense, i quali, come noto, starebbero valutando un eventuale intervento coordinato sui cambi per evitare un eccessivo indebolimento della valuta giapponese.
PETROLIO
Dopo l’allentamento delle tensioni, che aveva spinto Brent e WTI sui minimi di periodo (rispettivamente a 76,40 e 72,85), la possibile interruzione dei negoziati — alla luce delle minacce di Trump sulla necessità di riaprire immediatamente lo stretto di Hormuz — potrebbe ridare slancio al petrolio.
Sono possibili correzioni tecniche, con obiettivi individuati rispettivamente in area 85 e 81 dollari. Le prossime dinamiche dei prezzi dipenderanno evidentemente dalle notizie in arrivo da Lucerna: un esito favorevole dei colloqui potrebbe riportare le quotazioni su livelli più bassi, anche in prossimità dei 50 dollari al barile.
UK, RENDIMENTI IN RIALZO
I rendimenti dei titoli di Stato britannici a 10 anni sono saliti al 4,8%, estendendo il rimbalzo dai minimi recenti, mentre i mercati restano focalizzati sulle tensioni in Medio Oriente.
La vittoria del sindaco di Greater Manchester, Andy Burnham, nelle elezioni suppletive di Makerfield ha rafforzato il suo profilo come potenziale sfidante del primo ministro Keir Starmer. I mercati guardano con crescente attenzione alle possibili implicazioni fiscali di una futura candidatura alla leadership.
Tuttavia, l’impatto di un eventuale cambiamento politico sulle finanze pubbliche e sull’indebitamento resta difficile da valutare.
Sul fronte della politica monetaria, la Banca d’Inghilterra mantiene un atteggiamento prudente, a causa dell’incertezza sui rischi inflattivi legati al settore energetico. Nel frattempo, la Federal Reserve statunitense ha segnalato che alcuni membri del comitato di politica monetaria intravedono ancora margini per un ulteriore inasprimento entro la fine dell’anno.
Saverio Berlinzani , analista ActivTrades
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